Lo Stretto di Messina - FRATELLI DELLA COSTA - ITALIA Tavola di Messina

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Lo Stretto di Messina

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LO STRETTO DI MESSINA





Lo Stretto di Messina (localmente detto u Strittu - lo Stretto) chiamato nell'antichità Stretto di Scilla e Cariddi, Stretto di Scilla e Fretum Siculum, in epoca tardo-medievale e moderna Faro di Messina, è un braccio di mare che collega il Mar Ionio con il Mar Tirreno



e che, separando (sia pur marginalmente) le due città di Messina e Reggio Calabria con le rispettive aree urbane, separa la Sicilia dalla Calabria, dunque dall'Italia peninsulare e dal continente.
Nel tratto più stretto (a nord) è largo circa 3,2 km, ed è compreso tra le coordinate 38°00' - 38°20' Nord e 15°30' - 15°40' Est.


Vista satellitare dello Stretto con i comuni che vi si affacciano
sono evidenti i colori delle differenti masse d'acqua presenti ed i traghetti in transito tra le due sponde)


Geografia dello Stretto


Lo Stretto visto da Messina, presso "Dinnammare" (Monti Peloritani); i colori mostrano chiaramente le differenti masse d'acqua presenti


Lo Stretto visto da Reggio, presso "Pentimele" (Aspromonte); i colori mostrano chiaramente le differenti masse d'acqua presenti; sullo sfondo l'Etna innevato.

Morfologia e batimetria

Lo Stretto di Messina, per gli aspetti morfologici, può essere rappresentato come un imbuto con la parte meno ampia verso nord, in corrispondenza della congiungente ideale Capo Peloro (Sicilia) - Torre Cavallo (Calabria); verso sud, invece, questo imbuto si apre gradualmente fino al traverso di Capo dell'Armi (Calabria). Il limite settentrionale è nettamente identificabile, mentre quello meridionale può avere un significato geografico, o idrologico; quest'ultimo può essere considerato la linea ideale che congiunge Capo Taormina (Sicilia) con Capo d'Armi (Calabria). Come area idrologica, anche il confine settentrionale è ben più ampio di quello geografico e comprende l'area del Mar Tirreno compresa tra Capo Milazzo, l'arco delle Isole Eolie e le coste del Golfo di Gioia in Calabria (Figura 2).


Fig. 2 : Batimetria dell'area idrologica dello Stretto di Messina

Per quanto si riferisce al profilo sottomarino dello Stretto, esso può essere paragonato ad un monte, il cui culmine è la "sella" (lungo la congiungente Ganzirri-Punta Pezzo), i cui opposti versanti hanno pendenze decisamente differenti. Nel Mar Tirreno, infatti, il fondo marino degrada lentamente fino a raggiungere i 1.000 m nell'area di Milazzo e, per trovare la batimetrica dei 2.000 m, si deve oltrepassare l'Isola di Stromboli. Nella parte meridionale (Mare Ionio), invece, il pendio è molto ripido ed a pochi chilometri dalla "sella" è possibile registrare la profondità di 500 m tra le città di Messina e Reggio Calabria, oltrepassare ampiamente i 1.200 m poco più a Sud (Punta Pellaro), per raggiungere i 2.000 m al centro della congiungente ideale Capo Taormina - Capo d'Armi.

La minore ampiezza (di poco superiore a 3 km) si riscontra lungo la congiungente Ganzirri-Punta Pezzo cui corrisponde a livello del fondo una "sella" sottomarina ove si riscontrano le minori profondità (80-120 m). In questo tratto i fondali marini (Fig. 4) presentano un solco mediano irregolare, con profondità massima di 115 m, che divide una zona occidentale (in prossimità di Ganzirri) caratterizzata da profonde incisioni, da quella orientale di Punta Pezzo, più profonda e pianeggiante (Fig. 18). Caratteristica del settore settentrionale dello Stretto è l'ampia Valle di Scilla, con una parte più profonda e ripida (circa 200 m). La valle comincia poi ad appiattirsi e ad essere meno acclive verso il Mar Tirreno dove prende il nome di Bacino di Palmi. Le pareti laterali della valle, profonde e scoscese, si elevano bruscamente conferendo alla sezione trasversale una forma ad "U". Un'ampia ed irregolare depressione, meno incisa (Valle di Messina), avente anch'essa sezione ad "U", si riscontra nella parte meridionale. A profondità superiori ai 500 m, la Valle di Messina si stringe divenendo più profonda e dando origine ad un ripido canyon sottomarino (Canyon di Messina) che si protende fino alla piana batiale dello Ionio.

Le correnti

Generalità

Tralasciando gli aspetti mitologici, la cui influenza ha permeato per secoli la visione anche  artistica  dello  Stretto  di  Messina (Fig. 3), i primi studi di carattere scientifico



Fig. 3 : Antica stampa dello Stretto di Messina ove sono evidenziate le correnti

sulle correnti dello Stretto di Messina si devono a Ribaud, vice-Console francese a Messina, che nel 1825 pubblica un compendio di quanto noto all'epoca su tale argomento. Le sue osservazioni hanno rappresentato un punto fermo per quasi un secolo. Da segnalare anche la pubblicazione nel 1882 di un "manuale pratico" molto dettagliato da parte di F. Longo, comandante di navi mercantili particolarmente esperto dello Stretto.

Particolarità delle correnti nello stretto

Lo Stretto di Messina è il punto di separazione tra due bacini (Ionio e Tirreno) contigui ma distinti fisiograficamente, aventi acque con caratteristiche fisico-chimiche ed oscillatorie diverse. Per tale ragione, correnti stazionarie e di marea, anche in funzione della particolare geomorfologia dell'intera area, determinano l'insorgenza di peculiari fenomeni idrodinamici. Per rappresentare in modo molto semplice quanto avviene nello Stretto si pensi che quando il Mar Tirreno presenta bassa marea al confine settentrionale del canale, il contiguo Mar Ionio si trova in fase di alta marea ed il contrario avviene al successivo cambio di marea. Il dislivello che si viene a creare (fino a 27 cm) determina che periodicamente le acque dell'uno e dell'altro bacino si riversino in quello contiguo. Più in particolare, in fase di "corrente scendente" (Nord-Sud) le acque tirreniche più leggere (a minore densità) scorrono sulle ioniche più pesanti (a maggiore densità) fino a che l'intera parte centrale dello Stretto è riempita da queste acque fluenti verso Sud. All'opposto, con il predominio della "corrente montante" (Sud-Nord), acque ioniche più pesanti interesseranno il centro del bacino affondando sulle acque tirreniche più leggere che, in precedenza, occupavano lo stretto per versarsi quindi nel Tirreno una volta oltrepassata la sella Ganzirri - Punta Pezzo dove si riscontra la minore profondità (80-120 m) e la minore ampiezza (circa 3,4 km) dello stretto di Messina.


Fig. 4 : Divisione dello Stretto di Messina in sezioni secondo Defant (1940)


Fig. 5 : Modello schematico (Sud-Nord) del movimento delle acque al variare delle correnti nello Stretto di Messina secondo Defant (1940)

La "pendenza" che si viene così a creare fra le contigue superfici marine è in media di 1,7 cm per chilometro di distanza, con un massimo in corrispondenza della linea ideale di congiunzione fra Ganzirri in Sicilia e Punta Pezzo in Calabria (Figure 4 e 5). L'incontro delle due masse d'acqua (ionica e tirrenica) determina l'insorgenza di una serie di fenomeni che sono ascrivibili all'instabilità dinamica che si viene a creare e che si disperde nelle ben note spettacolari manifestazioni di turbolenza; questi "disturbi" della corrente possono presentarsi con sviluppo in senso orizzontale (nel caso dei tagli e delle scale di mare) oppure verticale (nel caso di garofali, bastardi e macchie d'olio).
Per il primo gruppo (incontro delle correnti montanti e scendenti al centro dello stretto) si tratta di fenomeni che producono vere e proprie onde (simili a quelle presenti negli estuari al cambio di marea) che si sviluppano quando, nel caso della montante, le acque più pesanti del Mar Ionio si precipitano contro le più leggere acque tirreniche in fase di recessione o quando, nel caso della scendente, le acque tirreniche scivolano rapidamente su quelle ioniche più pesanti, già presenti nello Stretto. Queste onde di discontinuità si svilupperanno in determinati punti (Ganzirri, Torre Faro e Punta Pezzo) estendendosi nella parte centrale, a volte ampliandosi ed intensificandosi per l'azione dei forti venti che spingono un tipo d'acqua su un altro. Per quanto concerne i fenomeni a sviluppo verticale si tratta di veri e propri gorghi formati dall'incontro di correnti opposte e favoriti dall'irregolarità del fondo. I principali gorghi comunque si formano in punti specifici. Con corrente montante si tratta dei mitologici Scilla e Cariddi: il primo si forma sulla costa calabra, e l'altro a sud di Capo Peloro. Un grosso garofalo formato invece dalla corrente scendente si forma periodicamente davanti Punta S. Raineri, all'imboccatura del porto di Messina.
Le correnti stazionarie a livello della sella sottomarina fluiscono verso sud dalla superficie a 30 m ed in senso inverso da questa profondità fino al fondo, con velocità che possono raggiungere, in particolari situazioni meteo-marine, anche i 50 cm/sec.

La cooscillazione delle masse d'acqua dello stretto con le maree dei mari adiacenti origina le correnti di marea che, con fase pressoché opposta e con uguale ampiezza, si sommano a quelle stazionarie prima descritte. Le velocità relative raggiungono, lungo la sezione corrispondente alla sella Ganzirri-Punta Pezzo, valori massimi di oltre 200 cm/s sia nel flusso verso nord (corrente montante), sia in quello verso sud (corrente scendente), interessando all'incirca con la stessa intensità la massa d'acqua nella sua interezza. Secondo le ultime pubblicazioni di Mosetti (1988 e 1995), la velocità di spostamento delle acque, in particolari momenti e grazie alla coincidenza di numerose componenti, può arrivare fino ad un massimo di 20 km/h.

Tali notevoli velocità e gli enormi volumi d'acqua in gioco (oltre 750.000 m3 al secondo per una corrente di 200 cm/s secondo Tomasino, 1995), se rapportati ai mezzi di navigazione dei tempi omerici, indicano chiaramente perché lo Stretto venisse considerato abitato da mostri in grado di ingoiare le imbarcazioni o farle naufragare nel volgere di poco tempo.

Le acque

Caratteristiche del Mar Ionio e del Mar Tirreno

In aree marine lontane dallo Stretto di Messina, il Mar Tirreno è mediamente più freddo e meno salato del Mare Ionio, mentre invece, lungo tutta la costa siciliana compresa tra Capo Taormina e Messina, i fenomeni di upwelling, portando in superficie acque di profondità, determinano che le acque ioniche presenti negli strati superficiali dello Stretto siano sensibilmente più fredde di quelle riscontrabili alla medesima quota in altre zone del Mar Ionio. Per le acque di superficie estive le temperature nello Stretto sono mediamente più basse di 4 - 10°C. Delle masse d'acqua del Mar Mediterraneo (superficiali, levantine intermedie, profonde), e quindi del Mar Ionio e del Mar Tirreno, soltanto quelle superficiali e levantine intermedie sembrano entrare in gioco nello Stretto di Messina.

Dall'esame di questi dati si può osservare che acque sottostanti la Levantine Intermediate Water (LIW) non raggiungono lo Stretto, infatti l'isoalina di 38,7 e sporadici valori di 38,8 indicano nella LIW il confine inferiore delle acque che possono rimontare dal Mar Ionio. È possibile affermare, inoltre, che dal Mar Tirreno provengono esclusivamente acque superficiali.

Secondo Defant (1940), solo metà dell'acqua ionica risalita nello Stretto passerebbe nel Mar Tirreno ove, in accordo ai dati di Vercelli e Picotti (1926), sarebbe condizionata nel suo movimento (orizzontale verso NW e verticale verso il fondo) sia dalla maggiore densità, rispetto a quella delle acque tirreniche, sia dalle stesse acque che da tale bacino fluiscono a sud parallelamente alla costa calabrese sia, infine, da un vortice stabile a rotazione ciclonica centrato a nord dell'ingresso settentrionale dello Stretto. Il transito nello Stretto di Messina delle diverse masse d'acqua, in funzione del regime di corrente, determina quindi l'incontro di acque tra di loro non immediatamente miscibili. Poiché solo una parte delle acque che si presentano sulla sella riesce a passare nel bacino contiguo e di queste una parte cospicua, perdendo velocità, staziona ai confini dello Stretto per ritornarvi nuovamente con il successivo flusso, è possibile riscontrare con frequenza corpi d'acqua che, cambiando bacino, vanno ad occupare quote diverse da quelle originarie in funzione di un nuovo equilibrio dinamico negli strati d'acqua del bacino ricevente. Questo continuo spostamento e lento mescolamento di acque è un fattore ulteriore di vivificazione dell'area dello Stretto di Messina. Infatti, i sali di azoto e fosforo trasportati negli strati superficiali dalle acque profonde ioniche non riescono ad essere utilizzati immediatamente dal fitoplancton nelle zone di grande turbolenza, mentre ciò può avvenire ai margini dello stretto, ove la velocità della corrente si riduce notevolmente.

La distribuzione dei principali parametri chimici e biologici come valore medio integrato (media ponderata) sulla colonna d'acqua di 100 m può essere così riassunto : arricchimento nell'area della "sella"; massimo di clorofilla e produzione di sostanza organica qualche chilometro a sud (Punta Pellaro), degradazione e mineralizzazione della sostanza organica (prima prodotta a nord) nella parte più meridionale dello Stretto (Capo dell'Armi).

Gli organismi presenti

Gli organismi bentonici

Le condizioni idrologiche dello Stretto di Messina sono straordinarie, e del tutto peculiari e speciali sono i popolamenti che esso ospita. Infatti, l'intenso idrodinamismo e le caratteristiche chimiche delle acque dello Stretto sono in grado di condizionare gli organismi che in esso vivono e, anzi, riescono ad influenzare l'intero assetto biologico dell'ambiente determinando uno straordinario ecosistema, unico nel Mar Mediterraneo per biocenosi ed abbondanza di specie; lo Stretto di Messina, quindi, costituisce un fondamentale serbatoio di biodiversità.

Le intense ed alterne correnti, la bassa temperatura e l'abbondanza di sali di azoto e fosforo trasportati in superficie dalle acque profonde determinano la disponibilità di una grande quantità di sostanza organica utilizzata sia dagli organismi pelagici sia, soprattutto, dai popolamenti bentonici costieri. Tutto ciò, insieme ai fenomeni associati, determina un vero e proprio riarrangiamento ecologico che nelle specie a prevalente distribuzione occidentale tende a simulare una condizione di tipo "atlantico". Infatti, numerose specie prettamente atlantiche, come ad esempio le laminarie (grandi alghe brune), pur se presenti in qualche altra zona del Mar Mediterraneo solo nello Stretto di Messina riescono a formare comunità ben strutturate formando delle vere foreste sottomarine a riprova delle ottimali condizioni ambientali.

E' importante segnalare a questo proposito che sia le laminarie di bassa profondità (Sacchoryza polyschides), sia i popolamenti profondi a Laminaria ochroleuca, e le comunità vegetali associate, sono strettamente dipendenti dalle caratteristiche fisiche e biologiche del substrato. Com' è noto, infatti, per completare il loro ciclo vitale, questi organismi richiedono un substrato solido già colonizzato da rodoficee calcaree, in assenza delle quali l'insediamento non può avere luogo.

Lo Stretto di Messina, confine fra i due bacini occidentale ed orientale del Mar Mediterraneo, è un punto importante di osservazione dei flussi migratori delle specie che si trovano nei due bacini. In quest'area pervengono o transitano comunità planctoniche, anche di lontana origine sia orientale sia atlantica. Fra le specie bentoniche, di particolare rilevanza è la presenza di Pilumnus inermis, in precedenza considerato esclusivamente atlantico, che rappresenta una delle specie più rilevanti nell'associazione a Errina aspera (idrozoo), noto endemismo dello Stretto di Messina, su cui vive un Mollusco cipreide (Pedicularia sicula), riscontrabile a livello della sella fra 80 e 110 m, ove sono presenti numerose altre specie fra cui l'ofiura Ophiactis balli ed i crostacei Parthenope expansa e Portunus pelagicus. Da segnalare ancora il dente di cane gigante (Pachylasma giganteum). Grande importanza biologica ed ecologica è anche da ascrivere alle già citate Laminariales dello Stretto (Sacchoryza polyschides e Laminaria ochroleuca). Infine, sembra doveroso evidenziare sia la presenza di Albunea carabus e di cospicui insediamenti di Pinna nobilis sia, per quanto si riferisce invece ai popolamenti vegetali, la presenza di Rodoficee calcaree e di vaste praterie di Posidonia oceanica, ampiamente distribuite per areale e per profondità.

Degna di nota, sempre per gli organismi vegetali, è anche la presenza di Phyllariopsis brevipes, Phyllariopsis purpurascens, Desmarestia dresnayi, Desmarestia ligulata, Cryptopleura ramosa specie che sono da ritenersi di estrema importanza perché presenti solo in quest'area o in poche altre aree molto ristrette del Mar Mediterraneo.

Dal punto di vista faunistico lo Stretto di Messina è considerato da sempre il Paradiso degli Zoologi, per l'enorme biodiversità che lo caratterizza. Le specie di invertebrati bentonici sono quelle che destano maggiore interesse. Il fondale è arricchito da una grande varietà di forme e colori dovute all'abbondanza di celenterati (attinie, madrepore e coralli).

Le specie ittiche sono ben rappresentate da cernie, saraghi, dentici, castagnole, ricciole ed in periodo invernale dagli splendidi Zeus faber conosciuti anche come pesce San Pietro.

Gli organismi migratori

Indubbiamente lo Stretto di Messina, trovandosi lungo una delle principali direttrici migratorie del Mar Mediterraneo, è un punto fondamentale di transito per la migrazione di numerose specie. Certamente le più conosciute e rilevanti, da un punto di vista economico ed ambientale, sono i grandi pelagici, cioè tonno (Thunnus thynnus), alalunga (Thunnus alalunga), palamita (Sarda sarda), aguglia imperiale (Tetrapturus belone) ed il pescespada (Xiphias gladius). Le caratteristiche idrodinamiche e la "ricchezza" dello Stretto determinano il transito in acque superficiali di questi pesci che possono essere catturati con le particolari barche chiamate feluche o passerelle, attive solo in questa parte del Mar Mediterraneo.

Inoltre, solo nello Stretto, pur se con attrezzi diversi, è possibile catturare il tonno in tutto l'arco dell'anno e di tutte le classi d'età (dalle forme giovanili agli organismi adulti) perché sarebbe presente una popolazione stanziale che periodicamente si muove tra i due mari limitrofi: il Tirreno e lo Ionio. Da considerare ancora che lo Stretto di Messina è un punto di passaggio obbligato per le migrazioni dei cetacei, probabilmente il più importante nel Mar Mediterraneo in termini di diversità di specie. Degni di segnalazione, oltre a tutte le specie di delfini presenti in Mediterraneo, sono le balenottere e particolarmente i capodogli che attraversano lo Stretto per andare nell'area delle Isole Eolie probabilmente a fini riproduttivi. Infine, è da evidenziare la presenza di alcuni importanti selacei che migrano attraverso lo Stretto di Messina, quali Carcharodon carcharias (squalo bianco) ed Hexanchus griseus, conosciuto come squalo capopiatto.

Gli organismi batiali

Altra peculiarità dello Stretto di Messina è la presenza di una varia e numerosa fauna batipelagica (comunemente chiamata anche fauna abissale) che, trasportata in superficie dalla corrente proveniente da Sud (corrente montante), può essere facilmente catturata ancora in condizioni vitali nei punti di maggiore turbolenza (vortici o scale di marea), o trovata spiaggiata lungo la riva in particolari condizioni meteo-marine. Esempi classici da menzionare sono Chauliodus sloani (pesce vipera), Argyropelecus hemigymnus (pesce accetta o ascia d'argento) e Myctophum punctatum (pesce diavolo).

Tali organismi batipelagici, che vivono in grandi quantità nelle profondità del Mar Mediterraneo (tra i 300 ed i 1.000 m ed anche oltre), pur non avendo alcun valore commerciale sono una fondamentale risorsa trofica per l'ecosistema marino in genere e per lo Stretto in particolare. Alcune specie non vengono trasportate in superficie dalle correnti in maniera totalmente passiva, ma effettuano ben definiti movimenti verticali, risalendo in superficie soprattutto durante la notte (migrazioni nictimerali).

La gran parte di questi pesci dall'aspetto mostruoso, in maggioranza dotata di particolari organi luminosi chiamati fotofori, è facilmente reperibile nello Stretto.

La formazione a Beach Rock

Lungo le coste siciliane dello Stretto è presente un biotopo costiero di notevole interesse, costituito da un complesso biocenotico che, per la sua particolare origine e struttura, non può passare inosservato (infatti rientra nei confini della Riserva Naturale Lagune di Capo Peloro). Si tratta di un tratto esteso di costa compreso tra Capo Peloro e S. Agata, interessato dalla presenza di una panchina rocciosa che, dalla linea di spiaggia, si porta fino ad alcuni metri di profondità.

Questa formazione, interpretabile come una beach rock, si situa in una posizione di raccordo tra il piano mesolitorale e la frangia superiore dell'infralitorale. Tale struttura rappresenta l'unico substrato duro naturale per le comunità bentoniche all'interno di questa fascia batimetrica, lungo il versante siciliano dello Stretto.

Inoltre, per la sua particolare morfologia, per la distribuzione topografica, ed in funzione dei particolari condizionamenti determinati dal regime idrodinamico dello Stretto, la struttura ospita comunità bentoniche del tutto originali, rispetto a quanto noto per la generalità dei biotopi mediterranei affini. Oltre al suo rilevante interesse in termini di documentazione geologica (testimonianza di età tirreniana) e antropologica (anticamente utilizzata come cava per macine da mulino), la struttura è di grande importanza in quanto ospita estese formazioni a Vermetus, cioè un biotopo protetto a livello comunitario. Tali formazioni rappresentano inoltre un caso unico nel Mar Mediterraneo, in quanto ubicate sulla superficie del conglomerato, anziché disposte nella tipica formazione a trottoir.

Il Porto di Messina

Il porto di Messina, tra i più grandi ed importanti del Mediterraneo, è oggi, con oltre 10 milioni di passeggeri trasportati all'anno, il primo in Italia nel settore.

Il porto, che si apre sulla sponda occidentale dello Stretto di Messina, è costituito da un'ampia insenatura racchiusa dalla tipica falce naturale, che delimita una superficie portuale di circa 820.000 mq. Le aree portuali a terra, invece, occupano circa 50 ettari. La città di Messina si affaccia sul porto con il suo centro storico, sviluppatosi sin da prima dei tempi della colonizzazione greca sull'orlo del porto, tanto che l'originario nome siculo della città, Zancle ("falce") richiama proprio la forma del braccio portuale.

L'imboccatura del porto, orientata a NW, è larga circa 400 metri e si estende tra il Forte San Salvatore e la sede operativa della capitaneria di Porto.

La profondità media del bacino (a circa 100 metri dalle banchine) è di 40 metri, mentre i fondali in banchina sono ricompresi tra i 6,5 e gli 11 metri; questo consente l'accesso e l'attracco anche a navi di grosso tonnellaggio.

Le undici banchine, attrezzate con gru, fisse e mobili, e dotate di binari per i collegamenti ferroviari, si estendono per un totale di circa 1.770 metri.

Con un traffico annuo di oltre 260.000 croceristi nel 2006 e previsioni di crescita di oltre 300.000 arrivi per il 2007, il porto di Messina è anche tra i principali scali turistici del Mediterraneo.

Nell'ambito portuale di Messina sono compresi anche gli approdi della rada San Francesco, utilizzati per l'imbarco degli autoveicoli sui traghetti verso la Calabria; gli approdi di Tremestieri - Mili Marina, utilizzati per l'imbarco dei mezzi pesanti verso la Calabria; il porto turistico "Marina del Nettuno", con una disponibilità di 160 posti barca.

I servizi ferroviari di attraversamento dello Stretto sono assolti dalla Stazione di Messina Marittima, contigua alla Stazione di Messina Centrale. Il molo Norimberga, il più esteso tra quelli del porto messinese, è invece destinato all'attracco delle navi dell'"Autostrada del mare" per Salerno.


Rotte dei trasporti nello Stretto


Veduta del porto di Messina con la caratteristica falce e di parte della città


Il porto di Messina con le sue fortificazioni in una incisione settecentesca di Filippo Juvara


I TRASPORTI ATTRAVERSO LO STRETTO

Fin dai tempi quasi tutto il traffico tra il continente e la Sicilia si svolgeva con l'attraversamento dello Stretto.

Imbarcazioni di ogni tipo venivano utilizzate come mezzo di navigazione, e da quello che riportano gli storici è da immaginare che già fin d'allora lo stretto doveva essere molto trafficato.

Lo stesso Aschenez, leggendario fondatore di Reggio Calabria, giunse sulle rive dello stretto in navigazione.

In seguito pelasgi, siculi, tirreni, greci, fenici, romani, quest'ultimi vi hanno anche costruito una  strada, la via Popilia, da  Roma fino ai porti calabresi sullo Stretto per l'imbarco per la Sicilia (ad fretum,  ad statuam),  e ancora bizantini, arabi, saraceni, normanni,  francesi,  spagnoli, inglesi etc. hanno attraversato lo Stretto per le loro conquiste in Sicilia.

Così lentamente nel corso dei secoli aumentava notevolmente sia la portata del movimento commerciale  sia l'attraversamento  di sempre più persone tra le due sponde dello Stretto.

Con l'avvio della rivoluzione industriale e quindi con l'installazione delle prime catene di montaggio sull'isola, l'aumentata produzione attivava scambi commerciali mai visti prima di allora soprattutto sullo Stretto, rendendo rapidamente obsoleti e insufficienti i tradizionali mezzi di navigazione tra le due sponde.

L'avvento delle stesse locomotive aumentava in modo considerevole il traffico del commercio su rotaia, e così anche in Sicilia. Esso convogliava gran parte della produzione isolana verso il porto di Messina. Infatti le prime linee ferroviarie interne Siciliane facevano capo a Messina, città più vicina al continente, ma la strada verso il resto dell'Italia veniva sbarrata dalle acque dello Stretto.

Messina disponeva di un grande porto ma era separata dal continente da soli sette chilometri di mare tra i porti di Messina e Villa San Giovanni. Mentre La distanza minima tra le due coste è di soli tre chilometri.

Già a quei tempi, come oggi, gli operatori politici ed economici avevano studiato il problema per un attraversamento della linea ferroviaria sullo Stretto tramite una struttura stabile e continua tale da rendere scorrevole e veloce il traffico commerciale e passeggero da e per il continente.

Nel 1870 uno studio prevedeva l'attraversamento, tra Capo Peloro in Sicilia e Punta Pezzo  in Calabria (tre km. circa), con un passaggio sottomarino tramite una galleria sospesa nell'acqua ad una certa profondità. Impresa impossibile per la tecnologia a disposizione di quei tempi.

Si è allora pensato alla realizzazione di un ponte mobile attraverso un servizio continuo di traghetti appositamente progettate per il trasporto dei veicoli ferroviari.
Iniziavano, intanto, le prime corse giornaliere utilizzando i nuovissimi battelli a vapore che rimasero in servizio finché non fu realizzato il progetto tecnologicamente più avanzato di quei tempi, quello dei Ferry boats, nel 1893.

Infatti, poco tempo dopo, furono realizzate le stazioni per i Ferryboats dotati di ponti mobili per il carico e lo scarico dei veicoli ferroviari e per l'imbarco dei viaggiatori.



Il Ferry-Boat Scilla. Costruito a inizio secolo insieme al gemello Cariddi. Era lungo m. 50,20 e largo m. 8,20. Aveva un apparato motore a vapore mentre la propulsione avveniva tramite 2 ruote laterali che le imprimeva una velocità di crociera di  10,5 nodi.  Traghettava ben 5 vagoni.

Lo Scilla ed il Cariddi furono i primi Ferry-boats, dotati due ruote laterali  per la propulsione, gioiello della tecnologia specializzata per questo particolare tipo traghettamento.

Finalmente i passeggeri potevano contare di natanti sicuri capaci di affrontare la traversata dello Stretto anche con mare mosso.

Sulla coperta l'unico binario centrale correva per tutta la lunghezza dello scafo e riusciva a trasportare cinque-sei veicoli ferroviari d'allora.

Oggi lo Stretto è attraversato da potenti motonavi delle Ferrovie dello Stato, che in meno di 30 minuti effettuano la traversata, trasportando circa 15 vagoni ferroviari, ognuno di essi è lungo più del doppio di quelli d'altri tempi, e un grande numero di passeggeri e di automobili.


Aliscafo

Accanto ad esse molte società private traghettano automobili e passeggeri.

Gli aliscafi, invece, si occupano del trasporto veloce dei passeggeri, infatti in soli 10 minuti effettuano la traversata da Villa San Giovanni a Messina.

Una nota di curiosità: gli aliscafi furono progettati dall'inventore, il messinese Rodriguez, proprio per l'attraversamento veloce dello stretto, poi utilizzati in tutto il mondo.

Oggi dagli approdi di  Villa San Giovanni parte una nave per la Sicilia ogni 10 minuti.


La pesca nello stretto

A fare della pesca uno dei punti di forza dell'economia calabrese hanno contribuito non solo l'estensione, intorno alla forma agile e slanciata della Calabria, di due mari, Ionio e Tirreno, ma anche le caratteristiche geologiche e morfologiche del fondo  marino, che, fortemente determinato da un'intensa e diffusa attività sismica, accoglie una varietà di pesci, soprattutto di piccolo taglio, ai quali, in alcuni periodi dell'anno, si aggiungono, pesci pregiati, massicce migrazioni di pesce spada, di delfini e altre specie sconosciute.

Ad influenzare  notevolmente quella  che viene  considerata la  più antica attività dell'uomo è la "corrente" che rende il pesce più "lavorato" e, di conseguenza, più gustoso; a sua volta la corrente è determinata dalle fasi lunari: la luna piena causa una corrente forte che trasporta pesci "di passa" (di passaggio) mentre la seconda luna favorisce  una corrente portatrice di grandi quantità di mangianza (pesci piccoli).

Numerose sono le specie di pesci rinvenibili nello Stretto: alalunghe, costardelle, alici, sarde, aguglie, viole, scorfani, cicirielli, calamari, tonno, pescecane, dentice, cernie, ope, occhiate, minule, smirine. Sotto le rocce si trovano pesci pregiati come il merluzzo, il sarago, la spinola e i cefali per i quali è necessario praticare la pesca subacquea.

Nella molteplice varietà di pesci presenti il più apprezzato è il pesce spada che vi giunge, ogni anno fra marzo e luglio dalle lontane regioni polari per deporre le sue uova, mentre scompare dalla superficie delle acque nei mesi autunnali e invernali, a causa della loro torbidezza, per rifugiarsi negli alti fondali dove le acque risultano più limpide per la diminuzione dei moti ondosi.

Quella del pesce spada è una pesca molto caratteristica, tanto da ispirare il famoso latinista reggino Diego Vitrioli un poema, Xiphias, col quale nel 1845 vinse il primo premio del concorso mondale di poesia latina di Amsterdam.

Essa è praticata all'antica maniera dei fenici, unico popolo che abbia svolto mestieri tutti legati al mare.

Può essere d'alto mare quando il pesce viene catturato con la fiocina, oppure marittima e costiera se è esercitata lungo le rive con barche e remi.

La pesca diurna, fino a poco tempo fa, veniva praticata su postazioni stabilite, tutte prospicienti la costa, assegnate col sistema del sorteggio e utilizzate a rotazione giornaliera dagli equipaggi.

I pescatori che non disponevano di alture sul mare, praticavano la pesca tradizionale con il luntro o la feluca, cioè l'avvistatore issato sulla cima dell'albero, che scruta la superficie del mare per scoprire la presenza del pesce.

Talvolta l'attesa è lunga e può durare parecchie ore; quando il pesce è avvistato, l'uomo vedetta lancia un grido, uno strano termine in dialetto greco, come tutti i termini marinari usati dai pescatori mentre si cimentano nell'ardita caccia.

Lo strumento usato per colpire il pesce è detto ferru, ed è impugnato da un uomo solo, il fariere, che se ne sta a prua pronto al colpo.

Il resto dell'equipaggio è impegnato a raggiungere il punto segnalato.

Raggiunto il pesce, l'arma scatta fulminea, lo uncina e lo tira sulla barca fremente e guizzante.

Anche se dal dopo guerra le piccole imbarcazioni sospinte dai rematori sono state sostituite con imbarcazioni a motore lunghe oltre 12 metri dalla cui prora si diparte una lunga passerella su cui si muove il fiocinatore, lo spettacolo della pesca del pesce spada conserva tuttora un aspetto folkloristico ed emozionante.

  

Una moderna imbarcazione, detta comunemente "Passerella", viene utilizzata per la pesca del pesce spada nelle acque dello Stretto.
Queste imbarcazioni hanno un motore molto potente, sia per raggiungere velocemente la preda avvistata, sia perchè pesantemente zavorrata per mantenere in stabile equilibrio l'alta torre per l'avvistamento e la lunga passerella posta a prua


Attrezzi utilizzati per la pesca


Come nel passato i pescatori si servono di mezzi artigianali, della rete e della lenza, o, per i polipi, di una latta con il fondo di vetro, che consente l'avvistamento dei pesci, e del tridente, che impugnato dal pescatore colpisce il pesce.

Le reti, comparse intorno al 4000 a. C. sono il mezzo più antico. Probabilmente l'idea della rete è balenata nella testa dei primi pescatori che hanno creato lungo il corso dei fiumi, sbarramenti artificiali di liane, di felci e altri vegetali, per intrappolare i pesci più facilmente.

A queste prime rudimentali gabbie si sono ispirati i pescatori per intrecciare il giacchio o giaccio: rete tonda, munita di piombi, che gettata nell'acqua, si apre, per poi richiudersi, colma di pesci, appena tocca il fondo.

E' utilizzata soprattutto nel tratto da Palmi a Torre Cavallo, nel mese di giugno, per la pesca notturna delle palamite, pesce di aspetto e di sapore simile al tonno.

Altri attrezzi utilizzati sono :

  • le opaciare usate per la pesca delle rondinelle ;

  • le ciaolare per la pesca delle ciaole e delle minole ;

  • le schettulle per la pesca delle ope;

  • le lacciare per la pesca delle ope e delle alacce ;

  • lo sciabacheddhu, per la pesca dei cicirelli e dei pesci piccoli;

  • la lenza per la pesca di palamidi, polipi, calamari, seppie e pesci minori;

  • la mutulara per la pesca di mutoli o pesantoni;

  • le nasse, a forma di campana, in vimini, giunco e mortella, vengono utilizzate per la pesca di aragoste, gronghi, murene, lupi, monacelle, cipolle, dentici, cernie.


LA PESCA DEL PESCE SPADA

Come duemila anni fa ……

Le correnti dello Stretto di Messina rendono limpide le acque del mare di tutta la Costa e, soprattutto, su Scilla che è situata al centro dello Stretto.

Per questo motivo la pesca del pesce spada è praticata in queste acque da più di duemila anni.

Nel passato la rupe di Scilla o le alture limitrofe erano le postazioni ideali per avvistare il pesce. La vedetta, dall'alto del castello scorgeva all'orizzonte il passaggio del pesce e con urla, certamente di origine greca, e con l'uso di bandiere avvisava i compagni che, sulle caratteristiche imbarcazioni, chiamate lontri costeggiavano le rive.

La tipica imbarcazione, di cui un esemplare si può ammirare in una sala del castello, era lunga circa sei metri e mezzo e larga due ed era dotata di un albero alto cinque metri, detto foriera, sul quale si appostava la vedetta.

Due marinai seduti sul banco centrale manovravano due remi, più lunghi del luntre, fissati all'estremità di un'asse, detta croce, situata ai piedi dell'albero. A poppa altri due marinai, in piedi, davano la spinta all'imbarcazione con due remi più corti.

La prua era il posto del ramponiere, ossia il vero e proprio cacciatore, armato di un arpione, lungo circa quattro metri e mezzo, munito di una punta di ferro che si apriva appena entrata nel corpo del pesce, il quale, una volta dissanguato, veniva issato a bordo della piccola imbarcazione e ricoperto con riguardo per essere protetto dal sole.

      

Questa agonia dell'animale offre tuttora agli osservatori uno spettacolo affascinante poiché la pelle dell'animale cambia tonalità alternando colori intensi a colori leggeri che vanno dal blu all'argento o dall'azzurro al grigio.

Questo sanguinoso scontro tra l'uomo e il pesce, in cui i protagonisti mettono in gioco la propria abilità e la propria forza, ha fatto sì che sin dai tempi remoti si parlasse di caccia e non di pesca.

Oggi le tecniche antiche sono state sostituite da sistemi volti ad ottenere il massimo del profitto commerciale e che fanno leva soprattutto sulla barca a motore.

Il luntre è stato sostituito dalla passerella e, di conseguenza, si è modificato il sistema di avvistamento-inseguimento: il fiocinatore, dalla lunga passerella avvista il pesce e con grande maestria scaglia l'arpione.

La potente imbarcazione è dotata di un albero alto più di trenta metri, in cima al quale un marinaio svolge il duplice compito di avvistatore e di timoniere.

Gli originari posti di avvistamento sono stati, quindi, abbandonati e la caccia al pesce spada, dopo duemila anni ha rotto ogni legame con la terraferma, anche se l'introduzione dei mezzi più veloci non ha modificato i principi tecnici che regolano l'inseguimento e la cattura del pesce, così come altri rituali rigorosamente tramandati e rispettati, tra i quali l'incisione di una croce che il pescatore fa con le unghie della mano vicino all'orecchio destro del pesce, che rendono la caccia un evento spettacolare, ricco di tradizioni, emozioni, colori e costumi di un popolo abituato a condividere col mare la propria vita.

L'ultima invenzione, le spatare, imbarcazioni di notevoli dimensioni, capaci di spingersi in alto mare e di pescare, con reti lunghe migliaia di metri, un ingente numero di pesci spada, insieme ad altri pesci, è stato vietato da alcune norme della CEE, che hanno indotto i pescatori a riprendere l'antica tecnica della caccia, sistema sofisticato e complesso tramandato fin dai tempi dei Fenici e fondato sull'avvistamento, sulla conoscenza minuziosa del comportamento del pesce e, soprattutto, sul rispetto della natura.


Stretto di Messina, Villa San Giovanni, località Santa Trada RC. Lo sbocco nord dello Stretto di Messina verso il mar Tirreno. Al centro della foto Capo Peloro, l'estremità nord della Sicilia. Sullo sfondo si notano le isole Eolie  Sulle due sponde, quella calabrese e quella siciliana, i vecchi piloni dell'elettrodotto non più in funzione

Mitologia dello stretto di Messina e del territorio

Le Leggende sullo Stretto

Il mito di Scilla e Cariddi


Omero, nell'Odissea, parlava di Scilla, dolce fanciulla innamorata di Glauco, trasformata da Circe in un terribile mostro a sei teste. La mostruosa figura, incutendo timore ai naviganti che cercavano di avvicinarsi alla costa, scatenava tremende tempeste.

Sulla sponda sicula dello Stretto c'era invece Cariddi, trasformata da Giove in terribile mostro in quanto colpevole di avere rubato i buoi ad Ercole.

Il mito di Scilla e Cariddi, oltre che da Omero, fu cantato da Dante, Virgilio, Ovidio.

La leggenda di Colapesce

Colapesce era un giovane che viveva in simbiosi col mare. Un giorno, dopo una delle tante immersioni nei fondali dello Stretto, trovò un tesoro. Si narra che Federico II venne a sapere del giovane e volle metterlo alla prova : gli chiese di calarsi in profondità e di vedere su cosa poggiasse la Sicilia. La leggenda vuole che il giovane, accortosi che la sua Isola poggiava su due colonne salde e su una fragile, decise di restare per sempre sott'acqua a sostenere quest'ultima.

E la leggenda volle colorire la sua scomparsa ponendolo a reggere uno dei tre pilastri su cui poggia la Sicilia, il pilastro nord, quello di capo Peloro, il più sollecitato dai capricci tellurici. La gente convinta che Colapesce giunto in fondo al mare, abbia visto la colonna quasi infranta e temendo che la sua Messina potesse sprofondare da un momento all'altro, si sostituì ad essa o forse corse a sorreggerla per non farla spezzare del tutto.

Il fenomeno della Fata Morgana

Lo Stretto si caratterizza per il fenomeno della Fata Morgana, che talvolta, in particolari condizioni climatiche fa sì che le ombre delle case e delle luci di Messina si allunghino sull'acqua, unendosi a quelle della sponda calabrese, dando la sensazione di vedere un'unica, immensa città.

Questa forma speciale di miraggio, visibile quasi solo dalla costa di Reggio Calabria, assai di rado, per breve tempo e di solito con giornate calde ed aria e mare calmi, sembra ravvicinare la sponda sicula, sulla quale gli edifici ed in generale gli oggetti si prospettano in mare o nell'aria con immagini stranamente allungate, deformate, che si rinnovano continuamente, simulando città fantastiche ed anche schiere d'uomini in movimento. Una spiegazione sicura del fenomeno non si conosce, sebbene il fenomeno sia uguale in un certo senso a quello dei deserti.

Cariddi

Tra le molte leggende che appartengono al patrimonio culturale della primordiale Messana, detta allora Zancle, una della più belle è quella che ricorda l'esistenza di Cariddi, una mostruosa creatura della mitologia ellenica, ritenuta figlia di Poseidone e della Terra.

Secondo gli antichi poeti, passava Ercole, in quel tempo, dall'Italia alla Sicilia e conservava una mandria di buoi. Per attraversare lo Stretto gli si attaccò alle corna di un bue-guida e con esso toccò felicemente terra sulla spiaggia di Torre Faro, nella zona del Peloro. Quando anche l'ultimo bue uscì dal mare, egli contò il bestiame e con grande sorpresa si accorse che mancavano diversi capi.

Era successo, infatti che la ninfa Cariddi, una grassa fanciulla sempre affamata che viveva nelle acque dello Stretto, si era avvicinata di soppiatto alla mandria che nuotava e, mentre Ercole s'era distratto ad ammirare la riva del Peloro, gli aveva rubato una parte dei suoi capi più belli, Ercole la vide alla lontana verso l'imboccatura sud dello Stretto, mentre a quattro ganasce ingoiava l'ultimo bue rubato.

Ercole chiese aiuto a suo Padre Zeus e, come sempre, il grande Zeus, andò per Sanare un torto e ne creò un altro. Cariddi, infatti, tramutata in un gorgo dello Stretto di Messina, divenne pericolosa per ogni navigante. Ma, ahimè, nessun marinaio riuscì mai a tornare vivo a galla, dopo essere sprofondato nei vortici di Cariddi, le antiche fonti, però, non sono tutte d'accordo nell' indicare l'ubicazione esatta di questo pericoloso gorgo. Taluni scrittori lo posero verso nord, davanti a capo Peloro, quasi di fronte all'altro affamatissimo mostro che rispondeva al nome di Scilla. Altri, invece lo collocarono all'imbocco sud dello Stretto di Messina, circa cinquecento metri dentro le acque ioniche quasi di fronte all'attuale lanterna nella penisoletta di San Ranieri.

Ma, in forma più fantasiosa e ricca tu particolari, fu Omero che per primo ne raccontò il mito.

Ma qual' è o quale è stata la causa scientifica che ha originato la leggenda del mostro ?
Vediamola.

Tra Punta Pezzo in Calabria e Capo Peloro o Capo Faro in Sicilia la soglia sottomarina si alza fino a raggiungere Cento metri sotto il livello del mare. Ora succede che quando nel mar Tirreno a nord, vi è alta marea a sud della soglia, nel mare Ionio c'è bassa marea e viceversa. Questo continuo alternarsi di basse ed alte maree, origina alterni flussi e riflussi d'acque dall'uno all'altro mare che generano maree dal dislivello medio di 15-20 cm, con punte massime anche di 50 cm , in un ciclo completo di 24 ore e 50 minuti. Si creano così violenti spostamenti di masse d'acqua in senso orizzontale e rapide emersioni di acque profonde, che generano estesi e vorticosi gorghi detti refoli (garofuli). La rema montante, ovvero la corrente di flusso che dal mare Ionio va al mar Tirreno, inizia nello Stretto circa due ore dopo il passaggio della luna sul meridiano di Messina, corre ad una velocità di circa 9 Km. all' ora ed ha una durata media di circa 6 ore. Il riflusso o rema discendente, inizia una lenta discesa verso il mare Ionio 4 ore prima di tale passaggio e genera una corrente anch'essa di circa 9 Km al minuto (max 12).

Tanto durante il dominio dell' una e dell'altra di queste correnti, si generano lungo le due rive dello Stretto due contro correnti secondarie che formano nei seni lungo le coste predette alcuni piccoli gorghi: tre gorghi principali, veri vortici si producono lungo lo Stretto l'uno presso la Lanterna di Messina ove si incontrano la corrente principale con la controcorrente che esce dal porto e la controcorrente costiera; altro vortice si forma dalla Punta Pezzo in Calabria ove la corrente dominante è obbligata a ripiegare per la configurazione dello Stretto e quindi a fare resistenza alla controcorrente litoranea; un terzo vortice si forma presso la spiaggia di Ganzirri ed è di minore importanza degli altri. Il fronte della corrente è detto taglio, i fronti delle controcorrenti prendono il nome di bastardi o refoli.

Di questo fenomeno non più sovrumano ma perfettamente naturale ne parla anche il grande navigatore musulmano Ibn jùbair che nel suo libro Viaggio in Sicilia e in altri paesi del Mediterraneo così descrive il suo naufragio avvenuto nelle acque dello Stretto di Messina: "In questo Stretto, il quale giace tra la Grande Terra e l'isola di Sicilia, la distanza tra le due coste è ridotta a sei miglia, nel punto più breve è tre. Il mare si precipita furioso in questo passo angusto e bolle come una caldaia tanta è la veemenza della pressione e della spinta. Molto difficile alle navi traversarlo.." Allora la nave di Jùbair, urtò con la chiglia contro la costa ed affondò. I naufraghi furono salvati dalle barche paesane, subito accorse.

Caduta la leggenda anche il mare pareve placarsi e i gorghi vorticosi dello Stretto di Messina, ora si formano sempre con minore frequenza. Nel linguaggio popolare, poi, Cariddi cambiò nome e divenne " u Galofuru u Calofuru", poi la somiglianza del suo ribollire e dello spumeggiare delle sue crestine d'onda con la corolla e petali di un garofano.

Visto dall'alto esso sembra ruotare in senso orario come tanti altri vortici; nello Stretto ve ne sono alcuni che girano anche in senso antiorario, secondo l'andamento del flusso correntizio.

Tradizioni marinare

Sin dai più lontani tempi delle sue origini, Messina è stata un centro essenzialmente marinaro, e non poteva essere diversamente. Essa, infatti, è la città dello Stretto per antonomasia. E lo Stretto è da sempre la sede dei più antichi e suggestivi miti che la civiltà mediterranea abbia espresso. Quasi tutti, inutile dirlo, collegati col mare che di questa civiltà era l'imprescindibile supporto.

Il mito di Crono (Saturno per i Romani) che evirò con un falcetto il padre Urano, il quale, a sua volta, gettò l'attrezzo in direzione dello Stretto, dove venne a formare quella sottile lingua di terra a forma di falce che costituisce ancor oggi l'insenatura del porto di Messina.

Il mito di Poseidone (o Nettuno) che con un colpo di tridente avrebbe staccato la Sicilia dalla Calabria, dando vita allo Stretto di Messina.

Quello dell'omerico Ulisse che attraversò il fatale braccio di mare sperimentando le nefandezze di Scilla e Cariddi, i due terrificanti mostri che furono per millenni il terrore dei naviganti, i quali, per evitarli, non sapevano se accostarsi all'una o all'altra delle due sponde, ma erano comunque certi della loro inevitabile fine.

E ancora la leggenda della Fata Morgana, col tempo identificata in uno straordinario e raro fenomeno di rifrazione ottica.

Quella di Colapesce, il prodigioso pescatore dello Stretto, mezzo uomo e mezzo pesce, in grado di compiere mirabolanti imprese sottomarine. Quella del pesce spada, che fa perno sulla spettacolare caccia con l'arpione, ancor oggi praticata come duemila anni fa...

Ma Messina non vive solo di miti, anche se la leggenda si respira quasi con l'aria del suo porto falcato. Sin da età classica la Città ha visto i propri destini strettamente connettersi al mare e alle attività marittime in genere. Sempre sede di attrezzati arsenali, le flotte messinesi hanno avuto per secoli una propria autonomia, sia in campo militare che mercantile.

Al centro di quasi tutte le più importanti rotte mediterranee, Messina è stata in ogni epoca storica nodo obbligato di transito, luogo d'armamento, di rifornimento e di raddobbo per le navi di passaggio: punto di riferimento e di scambio di ogni genere 4i traffici, dal commercio di importanti derrate alimentari alla tratta degli schiavi, traffici agevolati dal carattere cosmopolita che col tempo la Città aveva assunto. Acquisita una così marcata caratterizzazione marinara, Messina visse sempre proiettata sullo Stretto, e sul mare basò principalmente la propria vita economica, anche perché - compressa su una esigua lingua di terra, con i monti Peloritani alle spalle - non poteva dare sviluppo a consistenti attività agricole. Persino in età medievale, quando la quasi totalità delle città italiane erano soffocate dalle retrograde istituzioni feudali, essa aveva un assetto e un regime di vita molto simile a quello delle più prestigiose repubbliche marinare.

I Messinesi, quindi, da sempre sono stati dei marinai, o comunque hanno basato la propria vita economica quasi esclusivamente sulle attività marinare (pesca, navigazione, servizi nei porti) o su quelle connesse col mare (commercio, cantieristica, artigianato specializzato, conservazione del pesce).

Altre tipiche attività pescherecce (per accennare solo alle più note e popolari) sono quelle con lampara e fiocina che si pratica di notte per catturare aguglie e costardelle, detta "a lanzare" poiché comporta il lancio di un'asta con fiocina; nonché la pesca del tonno "alla trama" che consente a un paio di pescatori in tutto; a bordo di normalissime barchette, di catturare con la lenza opportunamente innescata colossali prede, con l'uso di metodiche e accorgimenti secolari, conosciuti solo nello stretto di Messina.


SISMICITA' DELL'AREA


Lo Stretto di Messina, situato tra la costa calabrese e quella siciliana, è una delle aree a maggiore rischio sismico dell'intero bacino Mediterraneo. Il disastroso terremoto del 28 dicembre 1908, ora 04.20 GMT, che colpì l'area fu uno dei più forti terremoti avvenuti in Italia durante tempi storici e causò circa 120.000 morti anche per l'insorgenza di forti onde di maremoto che raggiunsero una altezza di 12 metri (Baratta, 1910). Le registrazioni strumentali permisero di assegnare una magnitudo di Ms=7.5 per la scossa principale e di localizzare l'evento in mare tra le città di Messina e di Reggio Calabria. Subito dopo l'evento vennero eseguiti rilievi macrosismici che permisero di assegnare alla scossa principale una intensità di XI grado (scala MCS) (Omori, 1909; Baratta, 1910).

Sebbene misure geodetiche volte allo studio dei movimenti crostali non venissero sistematicamente eseguite in Italia in quegli anni, una linea di livellazione venne eseguita da parte dell'Istituto Geografico Militare Italiano poco prima del terremoto. Poco dopo l'evento sismico tale linea venne misurata nuovamente permettendo di rivelare una considerevole subsidenza cosismica da entrambi i lati dello Stretto (fino a -70 cm a Messina e -50 cm a Reggio Calabria). Studi successivi evidenziarono come il terremoto fosse caratterizzato da un movimento distensivo interpretabile per mezzo di una faglia normale o di un sistema a doppia faglia con andamento circa nord-sud, posta al di sotto dello Stretto.

In particolare Mulargia & Boschi (1983) ipotizzano per l'evento del 1908 un meccanismo di rottura secondo un sistema costituito da due faglie disposte in una struttura a graben con orientazione quasi parallela all'asse dello Stretto. Per la formulazione di tale modello sono stati utilizzati i già citati dati di livellazione ottenuti nel 1908 e nel 1909 da Lo Perfido, interpretandoli secondo il modello di deformazione teorica prodotta da una faglia rettangolare proposto da Maruyama e utilizzando la formula di Mansinha & Smylie. Il confronto tra i dati di livellazione ottenuti tra il 1981-1982 e il 1970 hanno mostrato come l'area dello Stretto di Messina sia stata sottoposta ad una moderata subsidenza di circa 1mm/anno durante questo periodo.

Intorno al 1970 l'area in esame iniziò ad essere interessata da un importante progetto di ingegneria civile riguardante la costruzione di un ponte a campata unica della lunghezza di 3 km da realizzarsi sullo Stretto per unire permanentemente la Sicilia al continente. Geofisici e geologi vennero coinvolti nel progetto con l'importante compito di identificare in dettaglio la complessa situazione tettonica, la stabilità delle formazioni presenti e di valutare l'attuale tasso di deformazione dell'area. In questo contesto venne realizzata una rete geodetica attraverso lo Stretto per stimare con tecniche terrestri l'entità della presunta deformazione orizzontale tra la Sicilia e la Calabria; Durante il mese di maggio 1987 venne realizzata e misurata per la prima volta con la tecnica satellitare Global Positioning System (GPS) una rete composta da 7 vertici di cui 4 appartenenti alla rete esistente. La tecnica GPS, che si avvale di segnali radio emessi dalla costellazione satellitare Navstar (USA) e misurati a terra dagli osservatori, si è rivelata un mezzo estremamente rapido e preciso per misurare reti geodetiche sia a scala locale che regionale. Nel 1989 venne realizzata una densificazione ed estensione della rete, istituendo tre nuovi siti (INGR, San Placido e Paterriti) in modo da ampliare l'area sottoposta ad indagine geodetica; nel settembre 1994 le misure vennero ripetute con lo scopo di misurare una possibile variazione della posizione relativa tra le stazioni della rete, prendendo come riferimento le coordinate stimate nel 1987.

La disponibilità di risultati relativi a rilievi geodetici terrestri eseguiti tra il 1970 e il 1980, unitamente a quelli dei rilievi GPS del 1987 e del 1994, permette di studiare le eventuali deformazioni planimetriche tra quattro siti comuni alle reti terrestre e GPS su un periodo piuttosto lungo (24 anni). Per quanto riguarda le misure terrestri, sono state utilizzate le coordinate e le ellissi di errore ottenute dalla compensazione effettuata in un sistema di riferimento locale, definito da una stazione e da una direzione fissa.

FOTO DI MESSINA


Panorama di Messina


Vista della Zona Falcata "La Madonnina"


Particolare della Madonnina


Panorama di notte


La Cattedrale vista di notte


Particolare della Cattedrale


La fontana del Nettuno con ai lati Scilla e Cariddi


Il Santuario di Montalto visto di notte


Sacrario "Cristo Re" visto di notte


La fontana Orione in piazza Duomo


Il Vespucci nella Rada Paradiso


Vista panoramica di Torre Faro con Ganzirri e i suoi laghi


Una vista di uno dei laghi di Ganzirri


Un temporale nello Stretto

Riferimenti bibliografici


I dati sopra riportati sono stati rilevati nell'Enciclopedia libera di Wikipedia e facevano riferimento bibliografico a :


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