FRATELLI DELLA COSTA - ITALIA Tavola di Messina


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Le dominazioni in Sicilia

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LE DOMINAZIONI IN SICILIA




Dominazione GRECA

Poco dopo la metà dell'ottavo secolo a.C. giunsero in Sicilia i Greci (Ioni e Dori) che nel giro di pochi decenni ne costellarono le coste di numerose colonie: Siracusa, Agrigento, Nasso, Zancle, Selinunte, Gela, Megara, Catania, ecc..

Conseguenza della colonizzazione fu la civilizzazione degli Indigeni. Le grandi risorse naturali dell'isola permisero un rapido sviluppo economico e culturale delle città siceliote, dalle quali la civiltà ellenica si irradiò verso l'interno.

Questo fu il periodo più' fiorente per la Sicilia, che divenne sinonimo di benessere e ricchezza, tanto che Siracusa, la regina delle città come la chiama Pindaro, divenuta ricchissima, vinse la stessa Atene.

Dal punto di vista politico-sociale le colonie furono caratterizzate da una instabilità anche maggiore della madrepatria, con la complicazione di conflitti con le popolazioni indigene e con i Cartaginesi.

Si affermò la tirannide e proprio sotto due tiranni, Gelone e Gerone di Siracusa che la Sicilia visse il suo momento di maggiore splendore nell'età classica. In seguito pero' le continue rivalità tra le poleis determinarono l'intervento di Atene negli affari della Sicilia.

Ma come la posizione geografica dell'isola tra il bacino orientale e il bacino occidentale del Mediterraneo, aveva chiamato i Greci contro le colonie fenicie, così la sua posizione intermedia fra l'Italia e Cartagine doveva chiamare i Romani all'intervento nell'isola.

Le tre guerre puniche combattute dal 264 a.C. al 146 a.C. tra Cartagine e Roma per il predominio del Mediterraneo occidentale, toccato infine a quest'ultima segnò il passaggio della Sicilia ai Romani.

Dominazione ROMANA

Sebbene i Romani legassero la loro origine alla Sicilia (in quanto, secondo Virgilio, il troiano Enea, prima di giungere sulle coste del Lazio qui sarebbe approdato, e qui avrebbe sacrificato agli dei), l'isola subì, sotto il comando di pretori come Verre, un periodo di sfruttamento e di rivolte di schiavi.

Nemmeno edifici sacri quali il tempio di Demetra ad Enna o il tempio di Venere sul promontorio di Erice sfuggirono al saccheggio. Benché danneggiata dalle due guerre servili la Sicilia fu assai prospera sia durante l'età repubblicana, quando fu importantissima come granaio di Roma, sia durante l'impero quando godette della cittadinanza latina accordatale da Cesare.

Fu proprio nella tarda età imperiale che vennero eretti i teatri romani di Catania, e Taormina e le ville lussuose che si trovano a Piazza Armerina, Montagnareale, S.Biagio.

I romani lasciarono il ricordo della loro dominazione nelle strade (Tabula Pentigeriana), che create inizialmente per scopi militari, per spostare rapidamente le legioni, vennero usate anche per il commercio e i viaggi. Lungo le strade, a circa 20km. l'uno dall'altro, vi erano alberghi per ristorarsi, passare la notte, ripararsi dalle intemperie, riparare gli animali. Vengono ricordati anche per le coltivazioni : piantarono in grande abbondanza ulivi, fichi, viti che davano un vino eccellente.

All'epoca delle invasioni barbariche la Sicilia fu investita dai Vandali (468 d.C.), e quindi occupata dai Goti (Teodorico 491 d.C.) cui la tolsero i Bizantini di Giustiniano che durante le guerre gotiche in Italia fecero dell'isola la loro base principale.

Il predominio bizantino durò ininterrottamente per tre secoli e mezzo (meta' VI secolo IX sec.) e non fu favorevole all'isola, sottoposta ad una dura dittatura militare e a un intenso sfruttamento delle risorse.

Dominazione ARABA

Meta di continue scorrerie saracene l'isola fu conquistata dagli Arabi a partire dall'827 ad opera della dinastia degli Aghlabiti d'Africa. Retta da un emiro con capitale Palermo, gli Arabi fecero della Sicilia il loro epicentro commerciale nel Mediterraneo.

La conquista araba anche se cruenta, ebbe per l'isola degli aspetti positivi. Sotto di essa la Sicilia conobbe grande fortuna.

Gli Arabi incrementarono notevolmente l'agricoltura arricchendola di nuovi metodi e di nuove forme. Oggi siamo abituati a guardare alla Sicilia come alla terra delle arance e dei limoni, ma furono gli Arabi i primi a introdurre queste colture e con essi frutti squisiti come la pesca, l'albicocca, ortaggi delicati come gli asparagi ed i carciofi; altre coltivazioni ancora come il cotone, il carrubo, il riso, il pistacchio, le melanzane. Persino il leggiadro e odorosissimo gelsomino da cui ancora oggi si ricava l'essenza per i profumi, e le spezie come lo zafferano, il garofano, la cannella, lo zenzero, sono stati importati dagli Arabi. Insegnarono a produrre le paste alimentari, il sorbetto, i dolci, il pane con la "ciciulena" sopra ed il "tirruni" fatto di mandorle e zucchero.

Le loro maestranze portarono una nuova tecnica nella costruzione delle case, svilupparono l'irrigazione introducendo un nuovo metodo per sollevare l'acqua dai pozzi e irrigare cosi i campi "a sena" (parola araba), costruirono numerosi mulini adibiti alla macinazione del grano.

I Siciliani però subirono la dominazione araba ma non l'accettarono, ne' vi si rassegnarono mai come lo provano le cinque successive insurrezioni (849, 912, 936, 989, 1038) che fecero traballare la potenza musulmana. Nel sentimento e nel linguaggio popolare gli Arabi detti "Saraceni", dal nome di una loro tribù, sono rimasti come nemici, ne è prova che la lotta vittoriosa contro i Saraceni è ancora il tema preferito nelle popolarissime pitture che ornano i carretti siciliani.

Dominazione NORMANNA

Verso la meta' dell'XI secolo alla fine di un periodo di lotte tra signori arabi, uno di questi chiese l'intervento dei Normanni, già' insediati nell'Italia meridionale. Inizio' cosi' la dominazione normanna (1060-1195).

Va precisato che i Normanni (North-man uomo del nord) erano venuti a gruppi. Fra questi si era distinto per il numero e per l'abilita' di chi lo conduceva, il gruppo guidato dalla famiglia degli Altavilla: di questa famiglia facevano parte due fratelli: Roberto il Guiscardo e Ruggero.

Roberto il Guiscardo, opero' nell'Italia meridionale e formo' il ducato di Puglia e di Calabria. Ruggero conquistata tutta la Sicilia costituì' la "Contea di Sicilia" con l'appoggio dei papi, che attribuirono ai prìncipi normanni il titolo di legati apostolici.

Alla morte di Ruggero nel 1130, gli succedette il figlio Ruggero II che uni' la Sicilia ai possessi normanni dell'Italia meridionale (poiché' si era estinta la dinastia di Roberto il Guiscardo), ottenendo il titolo di Re di Sicilia e di Puglia.

Ruggero II riorganizzo' amministrativamente l'isola dandole un saldo potere centrale e facendone il fulcro della potenza mediterranea della stirpe normanna. Fondo' un regno assai prospero riuscendo con una saggia tolleranza religiosa a conciliare l'elemento arabo con quello cristiano.

Da allora il regno normanno di Sicilia ebbe parte di primo piano sia nei conflitti tra il papato e l'Impero, appoggiando la causa guelfa, sia nelle vicende mediterranee e nella lotta contro i Turchi. A Ruggero II successe la figlia Costanza, andata in sposa nel 1186 a Enrico VI figlio di Federico Barbarossa.

Nel 1190 Enrico VI si trovo', alla morte del padre, imperatore del Sacro Impero Germanico (Regno di Germania e Regno d'Italia) e Re di Sicilia. Con lui ebbe inizio il periodo svevo, durante il quale la Sicilia fu al centro delle trame politiche e diplomatiche dell'Europa.

Egli aveva ereditato i grandi progetti del padre, ma non ebbe tempo di avviarne l'esecuzione perché dopo pochi anni di regno mori' a Messina. Assunse la reggenza dell'Impero la Regina Costanza, ma poco dopo mori' anche lei, dopo aver affidato la reggenza del Regno e la protezione del figlio al papa Innocenzo III.

Sotto Federico II (1197-1250), formatosi culturalmente in Sicilia, l'isola raggiunse il punto forse proprio più alto della propria potenza, diventando per certi versi un modello di Stato assoluto ben organizzato e centralizzato quanto al sistema di governo, ma altamente tollerante in fatto di rapporti etnici e religiosi, ciò rese possibile la pacifica convivenza dei gruppi latini, normanni, tedeschi, arabi e greci che nel corso dei secoli si erano insidiati nell'isola.

Spirito tollerante e colto Federico II fece della sua corte di Palermo un ritrovo di scienziati europei ed arabi.

In questo periodo in Sicilia si parlavano tre lingue, portatrici delle tre civiltà che l'avevano dominata: Greca, Araba, Latina, tanto che Palermo e' detta "Urbs felix, populi dotata trilingui" (Pietro da Eboli); oltre queste lingue si vide spuntare il primo germe del "volgare eloquio" e la città' divenne la culla della lingua italiana.

Gli ANGIOINI

Il periodo di torbidi succeduto alla morte di Federico, che vide tra l'altro il tentativo di Manfredi, figlio naturale di Federico, di conservare il regno agli Svevi, fu chiuso dall'intervento di Carlo I d'Angiò (1266-85), fratello del Re di Francia, re di Sicilia per investitura papale.

Padrone assoluto di Napoli e della Sicilia comincio' a governare dispoticamente, mentre decadeva Palermo, già splendida capitale normanna e sveva, decadeva l'intera Sicilia abbandonata all'anarchismo agrario dei baroni, i quali gettavano le basi di uno statu quo che si sarebbe poi rispecchiato nel regno borbonico e nel quale può forse vedersi l'inizio di quella che dopo il 1861 e' stata chiamata "questione meridionale".

Il periodo angioino fu di breve durata: le malversazioni francesi, il trasferimento della capitale a Napoli, le prepotenze dei feudatari provocarono la guerra dei Vespri o i "Vespri siciliani" (1282) conclusa con l'intervento di Pietro d'Aragona, il quale aveva sposato una figlia di Manfredi, Costanza e avanzava pertanto alcuni diritti sul Regno di Sicilia. La guerra duro' vent'anni e termino' con la pace di Caltabellotta nel 1302, la Sicilia venne cosi' affidata agli Aragonesi e nel 1412 l'isola perse definitivamente la propria indipendenza diventando di fatto possedimento spagnolo, governato da un viceré.

Dominazione SPAGNOLA

L'epoca spagnola si protrasse per circa due secoli e mezzo fino alla pace di Utrecht nel 1713; nell'insieme non fu favorevole alla Sicilia sacrificata al rigido assolutismo di sovrani lontani, allo sfruttamento e all'insipienza del baronato locale, coinvolta direttamente dalla grande depressione economica del XVIII secolo e percorsa a più' riprese da rivolte popolari, come quella di Palermo 1649 e di Messina 1647.

Nel 1713 a conclusione del periodo di guerre europee suggellato dalla pace di Utrecht, la Sicilia fu assegnata come regno nuovamente indipendente a Vittorio Amedeo II di Savoia, ma già cinque anni dopo con il trattato di Cockpit (Londra) l'isola cambiava di mano a vantaggio degli Asburgo d'Austria. Si apri' un altra breve fase, contrassegnata dal pesante fiscalismo austriaco e dai contrasti con il personale spagnolo e chiuso con la guerra di successione polacca, quando Carlo di Borbone-Parma, figlio di Filippo V di Spagna, riporto' la Sicilia sotto il dominio spagnolo (1738).

I BORBONI



La dominazione borbonica fu triste per l'isola (eccetto il regno di Carlo V il riformatore), per l'inettitudine e la perversità del re che nulla aveva capito della vasta importanza che essa aveva assunto nella storia.

Suo figlio, Ferdinando IV, cinse la corona dei due regni autonomi di Napoli e di Sicilia e inizio' da allora la soggezione, mai pacificamente accettata della Sicilia a Napoli, che segno' tutta l'epoca borbonica, fino al 1860. Una reale autonomia, corrispondente alle grandi tradizioni del regno di Sicilia, l'isola la conobbe in epoca napoleonica, quando la dinastia borbonica, cacciata da Napoli, si rifugio' a Palermo sotto la protezione dell'Inghilterra, che riusci' anche a imporre a Ferdinando la concessione di una costituzione (1812). Alla restaurazione Ferdinando abolì ogni forma di autonomia dell'isola. Il regime poliziesco, il disprezzo verso la cultura (irrideva i letterati come "pennaioli") avevano diffuso un grave malcontento. Ciò insieme ad altri fattori politici, sociali ed economici, fu all'origine delle insurrezioni del 1848 quando fu la Sicilia, nel gennaio, ad aprire il grande ciclo rivoluzionario che infiammo' l'Europa.

Nel maggio 1859, morto Ferdinando, gli era succeduto il figlio Francesco II (Francischiello), di scarsa energia e di intelligenza limitata. Il nuovo Re aveva respinto la proposta di un'alleanza col Piemonte ne' aveva voluto concedere riforme liberali.

In Sicilia, inoltre, superata ormai ogni tendenza autonomista, si mirava a fare dell'isola una provincia del Regno d'Italia. Tra i siciliani che più' si adoperarono per fare insorgere la loro terra furono Francesco Crispi, e Rosolino Pilo. Garibaldi, invitato a venire in aiuto della Sicilia con una spedizione di volontari, si dichiaro' pronto ad intervenire se nell'isola fosse scoppiata la rivoluzione.

Il 4 aprile 1860 la rivolta scoppio' a Palermo, presso il monastero della Gancia, dove gli insorti furono sopraffatti, ma nelle campagne perdurava la guerriglia guidata da Rosolino Pilo, il quale aveva confermato il prossimo intervento di Garibaldi.

All'alba del 5 maggio 1860 due vapori salparono dallo scoglio di Quarto (Genova), con poco più di 1000 uomini, indossanti la ormai famosa camicia rossa. Essi andavano alla conquista di un regno difeso da 120.000 uomini, da una flotta di 120 navi, da potenti fortezze ed artiglierie.

Garibaldi e Nino Bixio comandavano le due navi. L'11 maggio i due piroscafi giunsero a Marsala, da qui' rapidamente Garibaldi si diresse verso Salemi, dove lancio' un proclama ai siciliani, assumendo la dittatura dell'isola in nome di Vittorio Emanuele II (14 maggio). Egli puntava su Palermo, ma un esercito borbonico accampato sulle alture di Calatafimi gli sbarro' la via.

Per l'eccellente posizione strategica del nemico, superiore anche per numero ed armi, la battaglia fu lunga ed aspra. La vetta del colle fu conquistata mentre i Borboni si ritiravano su Palermo.

La battaglia per la conquista di Palermo duro' ben quattro giorni. Il 30 maggio i soldati borbonici, asserragliati in citta' chiesero l'armistizio; il 6 giugno sgomberarono Palermo. Garibaldi formo' un governo provvisorio con a capo Francesco Crispi mentre la rivolta si era estesa a tutta l'isola. Intanto le truppe borboniche si concentravano a Milazzo, per sbarrare la via dello Stretto di Messina. Nuove schiere di volontari accorrevano dal Continente e dalle provincie. Il 20 luglio Garibaldi vinceva a Milazzo.

I modi in cui avvenne l'assimilazione della Sicilia al Piemonte, entrando a far parte del Regno d'Italia, dopo la spedizione garibaldina dei Mille, frustarono nuovamente le attese autonomistiche dell'isola, la cui economia a base feudale e latifondista non fu in grado di risollevarsi in conseguenza dell'unificazione, venendo anzi a costituire una componente sostanziale della cosiddetta "questione meridionale" (di cui il brigantaggio dei primi anni dell'Unita' fu un tragico preavviso).

Ma la storia, si sa, non puo' mai essere solo letta, perchè soggetta ad interpretazioni, deve essere studiata anche con distacco per non creare illusioni e distorsioni.

IL TRISCHELE




Il simbolo che rappresenta la Sicilia e che si trova anche al centro del suo stemma ufficiale ha origini molto antiche.

Raffigura una testa gorgonica, con i caratteristici serpenti al posto dei capelli, con due ali, sovrapposta a tre gambe piegate (
triscele).

L'associazione del simbolo con la Sicilia lo si deve alla particolare configurazione geografica dell'isola, caratterizzata da tre promontori,
Pachino, Peloro e Lilibeo.

Enrico Mauceri, illustre studioso della storia dell'arte siciliana, così dice nella sua descrizione della Sicilia, occupandosi di questo specifico problema : "Da questa configurazione a tre vertici venne alla Sicilia antica il nome di Triquetra o Trinacria che diede, forse in epoca ellenistica, quella rappresentazione strana e caratteristica al tempo stesso, di una figura gorgonica a tre gambe, adottata perfino in alcune monete dell'antichità classica, e divenuta poi il simbolo, diremo così, ufficiale dell'isola".

Triscele (triskeles) per i greci, Triquetra per i romani.

Gli studiosi sono concordi nell'affermare che si tratta di un antico simbolo religioso orientale, sia che rappresentasse il dio Baal, o il sole, nella sua triplice forma di dio della primavera, dell'estate e dell'inverno, sia che rappresentasse la luna con le gambe talora sostituite da falci lunari. Le sue più antiche manifestazioni documentarie, si trovano in monete di varie città dell'Asia Minore, come Aspendo in Panfilia, Olba in Cilicia, Berrito e Tebe nella Troade, ed in città della Licia, con datazione variabili da VI al IV secolo a.C..

Il simbolo della Trinacria si riscontra altresì nella monetazione di Atene del VI sec. A.C., della Macedonia della stessa epoca, e di Corinto. Nella monetazione della Magna Grecia, il simbolo a tre gambe si riscontra in cinque città e precisamente a Paestum, Elea, Terina, Metaponto e Caulonia.

In Sicilia lo troviamo a
Siracusa, nella monetazione di Agatocle, per cui giustamente Adolfo Holm ha detto che "Agatocle aveva una speciale predilizione per il simbolo della Triquetra", anche se non si è certi che il signore siracusano adoperasse questo simbolo come suo sigillo personale, come ha congetturato il numismatico inglese G. F. Hill, e la derivazione sarebbe in tal caso punica, per i rapporti che Agatocle ebbe col mondo cartaginese.

In età romana il simbolo perde completamente il suo originario valore religioso, per assumere soltanto quello geografico di emblema della Sicilia.

Questo è evidente nella
monetazione di Palermo, in cui la trinacria appare col suo aspetto definitivo e cioè con le tre gambe unite da una testa gorgonica adorna di spighe - che ribadisce il concetto della fertilità dell'isola e della Sicilia "granaio di Roma" - con la scritta "PANORMITAN"; e nella monetazione di Entella, di Gela, di Agrigento e di Lipari.

Su un denaro del proconsole Aulo Allieno, del 47 A.C. circa, la Trinacria è unita alla raffigurazione dell'eroe eponimo dell'isola, Trinacro; ma la moneta romana più interessante è quella coniata nel
68 d.C. dal propretore d'Africa L. Clodio Marco, o dai suoi collaboratori in Sicilia, perchè per la prima volta vediamo raffigurata la Trinacria accompagnata dalla scritta SICILIA, cioè il simbolo assieme alla interpretazione, come opportunamente osserva lo Holm.

La Trinacria si riscontra inoltre su altri monumenti e reperti siciliani, quali mattoni timbrati o suggelli di piombo per i tessuti; e, fuori di Sicilia, nell'arte celtica del III sec. A.C., come dimostra il disco argenteo di Manerbio in provincia di Brescia, nella pietra trovata presso la città di Vacca in Numidia, con una dedica fenicia al dio solare Baal; e nella base marmorea trovata a Malta, dove delle raffigurazioni di giovani che portano dei pesci hanno fatto pensare allo Holm che si tratti della luna, piuttosto che del sole, perchè, come sappiamo da Ateneo, soltanto alla dea Ecate - che è una delle personificazioni di Diana Trivia, cioè della luna - venivano sacrificati dei pesci nella religione greca.

Che poi la Trinacria sia simbolo della Sicilia lo troviamo chiaramente indicato dalle antiche pitture vascolari, come quella delle
ceramiche gelesi databili al VII sec. A.C., oggi conservate nel museo di Agrigento; e c'è da osservare che, accanto alla tazza con la raprresentazione della Trinacria, è esposto un oscillum con svastica; anch'esso chiara raffigurazione solare, ed anch'esso databile al VII sec. A.C.; e le otto anfore panatenaiche conservate in vari musei di Napoli, Roma e Bruxelles, databili al tempo della spedizione ateniese in Sicilia durante la guerra del Peloponneso ( V sec. A. C. ), recano il simbolo siciliano, chiaramente raffigurato nello scudo di Athena, ed attestante l'interesse che l'Atene periclea portava all'America dell'antichità, quale era ritenuta la Sicilia nel mondo mediterraneo del V sec. A. C.

Queste ultime raffigurazioni vascolari hanno consentito a
Biagio Pace di retrodatare di almeno un secolo la comune osservazione che la Trinacria sia stata assunta a simbolo della Sicilia soltanto nel IV sec. A.C., come attesterebbe la monetazione del siracusano Agatocle, che andrebbe posta verso il 317-316 A.C.

Il Pace giustamente osserva: "L'adozione della triscele come episema nello scudo di Atena in alcune anfore panatenaiche, permette di innalzare di circa un secolo rispetto ad Agatocle questa interpretazione siciliana del simbolo, e dall'altra rende verosimile anche una diversa e diretta fonte orientale d'ispirazione anzicchè punica".

Il Pace, per ragioni di tempo, non ha potuto conoscere le rappresentazioni vascolari della tazza conservata al museo nazionale di Agrigento, e della tazza del museo di Gela, che permettono di retrodatare ulteriormente - e cioè almeno fino al VII sec. A.C.- l'introduzione del simbolo triscelico in Sicilia.

Le monetazioni delle città di Palermo, di Jatia e di Agrigento sono databili al I sec. A.C., mentre le raffigurazioni vascolari col simbolo della Trinacria rimontano al VII sec. A.C.: nè sono ipotizzabili influenze puniche sulla ceramica gelese. Quindi questi dati archeologici consentono di sostenere la tesi di una
mediazione greca, e non punica, per l'introduzione del simbolo triscelico dall'Oriente in Sicilia.

Il simbolo religioso orientale, una volta venuto in Sicilia, subì qualche trasformazione di significato. Sia che rappresentasse il sole, o la luna, o l'eterno movimento, questo simbolo nella sua origine orientale aveva un valore squisitamente religioso; ma trasferendosi in Sicilia esso assunse un
valore assolutamente geografico.

Tuttavia se è venuta meno la religione, non è venuta meno la superstizione, com'è dimostrato dalla presenza della
testa gorgonica al centro delle tre gambe.

Questo particolare figurativo rivela degli aspetti tipicamente siciliani.

E' stato giustamente osservato, che la specialità del simbolo siciliano è la testa centrale, perchè nelle rappresentazioni orientali le gambe venivano unite da un punto o da un anello centrale; ed è stato notato altresì che la testa della medusa conferma l'origine mediterranea della "Trichetria", ed il suo aggancio alla mitologia greco orientale.

Il mito di Perseo. Nel mito di questo eroe, la parte più importante è quella relativa all'impresa contro la Gorgone, che Perseo compì per liberare la madre Danae dalle insane voglie amorose di Polidette, tiranno dell'isola di Serifo. Perseo, infatti, con l'aiuto di Atena, riuscì ad uccidere Medusa, che era l'unica mortale tra le Gorgoni, e a pietrificare l'odioso Polidette e tutto il suo popolo, mostrando loro la testa recisa della Gorgone, che anche da morta conservava il tremendo potere di pietrificare chi la guardasse. Il mito eroico di Perseo è strettamente connesso con la leggenda naturalistica per cui la dea Atena, simbolo della smaglainte luce solare, vince Medusa, figlia degli oscuri abbissi del mare; e quindi anche per questo verso, la Trinacria si attaglia benissimo a rappresentare quella che fu ed è chiamata "l'isola del sole". Perseo fu grato alla dea Atena dell'aiuto prestatogli, rivelandosi determinante per la sua vittoria, avendo Atena retto il lucido scudo in cui si rifletteva l'immagine di Medusa, perchè se Perseo avesse incontrato lo sguardo della Gorgone sarebbe rimasto pietrificato. Come simbolo di vittoria, Perseo donò alla dea Atena la testa di Medusa, che la dea fissò al petto, sulla corazza, affinchè la testa di Medusa, anche da morta, con la sua magica forza potesse pietrificare i suoi avversari. Il capo reciso della Gorgone assunse quindi un valore apotropaico; e nell'iconografia siciliana acquistò questo specifico potere, perchè era credenza comune che fosse possibile "tenere lontani gli spiriti maligni con l'imitare la maschera mostruosa d'uno di loro"; e le sue variazioni iconografiche attraverso i secoli si spiegano col fatto che questo simbolo, dato il suo valore apotropaico, come ben dice Bruno Lavagnini "partecipò ininterrottamente all'evoluzione stilistica dell'arte classica".

In Sicilia furono tipiche, per la loro funzione decorativa ed apotropaica, le maschere gorgoniche che decoravano i
templi di Gela, che venivano poste nel timpano del frontone con antefisse in terracotta; e di cui una, di eccezionale grandezza, è stata ritrovata nel santuario ubicato presso l'odierno scalo ferroviario gelese.

Il simbolo della
Trinacria dunque, se perdette il suo originario valore solare, ne acquistò uno sacrale in sicilia, dato il suo valore apotropaico, che lo trasformo in una sorta di talismano. Ma il suo valore divenne essenzialmente geografico e si identificò talmente con la Sicilia, nelle sue diverse denominazioni di Trinacria, Triscele, Triquetra, Trichetria, che fu addirittura esportato, come ha sostenuto in una ricerca il Colocci.

Egli ha notato che il simbolo della Trinacria, o Trichetria, si trova nell'
isola di Man del mare d'Irlanda, portatovi, secondo una leggenda locale, dai normanni che venivano dalla Sicilia nei secoli X e XI, che sostituirono con la Trinacria l'antico simbolo dell'isola irlandese, che sotto i re scandinavi era costituito da un vascello; e lo stesso autore ha notato che il simbolo siciliano si trova in stemmi di famiglie nobili straniere, come gli inglesi Stuart d'Albany ( probabilmente per indicare il loro dominio su isole del mare d'Irlanda, come l'isola dianzi ricordata di Man), i Drocomir di Polonia, i Rabensteiner di Franconia, gli Schanke di Danimarca; e che in tempi più recenti anche re Gioacchino Murat inquartò la trinacria nel suo stemma.

Infine, il nome di Trinacria è ritornato nella storia di Sicilia - basti ricordare il trattato di Caltabellotta, che nel 1302 imponeva a
Federico III d'Aragona il titolo di rex Trinacriae, mentre quello di rex Siciliae rimaneva agli angioini di Napoli.

Nel 1814 fu coniata da re Ferdinando di Borbone, IV di Napoli e III di Sicilia (e non ancora I delle due Sicilie), una moneta d'oro che valeva due once, e che fu denominata Trinacria dalla figura simbolica rappresentata nel verso.

Nel campo della filatelia, nel 1858 la Trinacria fu affiancata al cavallo, simbolo di Napoli, e ai gigli, emblema della regnante dinastia borbonica, nei francobolli della posta napoletana.

Ma l'apparizione più sentita dal popolo siciliano fu certamente quella che il simbolo della trinacria fece nella grande rivoluzione federalistica del 1848-49.

Allora, in tutti i comuni dell'isola sventolò il tricolore: ed era un tricolore che recava al centro il vecchio simbolo triscelico. Il popolo siciliano ritrovò nella nuova bandiera, che sostituiva il bianco vessillo gigliato dei borboni, il suo vecchio ed amato simbolo; si entusiasmò e cantò ancora una volta: E ccu virdi, biancu e russu (e con il verde bianco e rosso) la bannera si innalzò (la bandiera si alzò) E focu sopra focu (e fuoco sopra fuoco) s'havi a vinciri o morir (si deve vincere o morire).

Quanto alla diffusione in Sicilia del vecchio simbolo della Trinacria, è interessante notare come esso si trovi nei pavimenti degli edifici pubblici, come è attestato ancora oggi dai mosaici delle terme di Marsala e di Tindari, ambedue di età romana, che recano raprresentazioni della testa gorgonica circondata da tre gambe.

Per la sua diffusione fuori dalla Sicilia, nel museo di Olimpia, in Grecia, esiste un rivestimento di bronzo di uno scudo militare, databile al VI sec. A.C. che rappresenta una testa gorgonica circondata da tre ali, arcuate come fossero gambe, ed in tutto simile al simbolo siciliano. Ed è singolare, in periodo normanno, la stilizzazione in forma umana che il simbolo della Trinacria assume in un capitello del chiostro dei benedettini di Monreale.

Infine, per quel che riguarda il
vessillo ufficiale della regione siciliana, esso è costituito da un drappo bicolore giallorosso, che diagonalmente esprime il giallo della bandiera civica di Palermo e il rosso della bandiera civica di Corleone, che fu il primo comune siciliano a seguire l'esempio di Palermo nella vigorosa rivolta antifrancese del Vespro siciliano, scoppiata nella genrosa città di Palermo il 30 Marzo del 1282. Pochi giorni dopo, e precisamente il 3 Aprile 1282, venne stipulato il patto d'alleanza fra i palermitani e i corleonesi e nello stesso giorno, con rogito del notaio Benedetto da Palermo, nacque il vessilo dei siciliani liberi, unendo i colori delle due città.

Da allora, questo vessilo raffigura l'unione spirituale dei siciliani e al centro reca il vecchio simbolo triscelico della Trinacria. In tempi recenti, questo vessilo è stata l'insegna ufficiale del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia (MIS), fondato nel 1943 a Palermo dall'on. Andrea Finocchiaro Aprile; ed oggi è il vessillo ufficiale della Regione siciliana, che il
15 Maggio 1946 ottenne la sua autonomia a statuto speciale.

Fonti:

1. Libro "Storia della Sicilia" di Santi Correnti;

2. Centro Studi Storico-Sociali Siciliani





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