Le tradizioni Siciliane - FRATELLI DELLA COSTA - ITALIA Tavola di Messina

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Le tradizioni Siciliane

Ricerche > La Sicilia e Messina


                                                






LE  TRADIZIONI  SICILIANE





Carretti e pupi

Vediamo di conoscere un po' di questa "storia minima" in una delle manifestazioni più ammirate, anche fuori della Sicilia, e cioè quella che si lega all'opera dei pupi o "opra di li pupi".

Dobbiamo subito dire che le "storie" recitate nel teatro popolare delle marionette (i pupi) si ritrovano, assai spesso, narrate attraverso il colore e composizioni figurative, nei carretti siciliani, quei carretti che Carlo Levi vide in un paesaggio umano e naturale di meravigliosa, dolente realtà e che ci descrisse nel bel libro "Le parole sono pietre" :

Fra gli aranceti e le alte canne brilla un mare meraviglioso, negli orti lavorano al sole uomini e donne, nelle piccole fornaci artigiane gli operai impastano la terra per le tegole, per le strade passano miriadi di carri dipinti, colorati, con le storie dei Paladini, come una continua emigrazione di un popolo che non può star fermo. Ma, passata di pochi chilometri Termini Imerese, la strada si addentra verso la montagna. Il paesaggio cambia di colpo, ci si inoltra nelle lande sterminate e nude dei feudi.

Ecco, dunque, che i carretti siciliani e l'opera dei pupi hanno in comune un vasto soggetto di rappresentazione visiva e mimica che affonda le sue radici nel sentimento dell'eroico e dell'avventuroso, dell'impeto generoso e dell'atteggiamento cavalleresco che sono propri dell'anima popolare : le "canzoni di gesta".

Carretti siciliani e "pupi"


     

Gli stessi colori, accesi e sfolgoranti, delle fiancate dei carretti siciliani, che sono talvolta veri e propri quadri di largo respiro e di realismo impressionante, le delicate, commoventi decorazioni in cui si scioglie un'ingenua fantasia, le geometriche di raggi e scacchi in cui sembra brillare la luce del sole di Sicilia, trovano un equivalente nella bellezza policroma dei costumi dei "pupi", nel gioioso abbandono all'ondeggiare delle piume, nella lucentezza delle corazze, degli scudi, delle spade, degli elmi, nelle ben disegnate "maschere" dei personaggi, sognanti come Marfisa o truculenti come il re dei Mori.

Ma qual è l'origine del teatro dei pupi, qual è la storia, più in generale del teatro delle marionette che appassionò grandi scrittori e che è simbolo di civiltà lontanissime tra loro, e non solo nella dimensione dello spazio, quali la civiltà europea e quelle asiatiche ?

Piccole storie



Il nome marionetta pare derivi dal diminutivo di Maria (Marion, Mariette, Mariole, Mariolette) e che in Italia tale vocabolo si deve riportare alla festa delle Marie a Venezia, durante il decimo secolo. Dodici fanciulle, in ricchi abiti, erano condotte in processione per le vie delle città; in luogo delle fanciulle vennero poi offerte all'ammirazione del pubblico "dodici grandi Marie di legno (de tola), dette Marione, che poi i baloccai riprodussero in proporzioni minuscole, anche per divertire i bambini".

Stabilita così l'origine del nome, sul quale pare regni concordanza tra i cultori di storia del teatro, dobbiamo aggiungere che esistono differenze tra le "marionette" e i "burattini", essendo, le prime, mosse da fili di ferro o di refe, le seconde, invece, anch'esse dalla mano del burattinaio ma infilata nel fantoccio, nel suo vestitino.

Così va ancora detto che la marionetta ha sempre accompagnato, come espressione teatrale e forma di commento di leggende, di fatti eroici, persino di sacre rappresentazioni (con funzione evidente didascalica, cioè di insegnamento di virtù e denuncia del male) tutte le epoche storiche e che, per quello che riguarda l'Europa, e in particolare l'Italia, ha avuto momenti di eccezionale favore dal XVI secolo in poi.

Nell'ottocento fiorì l'"opera dei pupi" la quale poté contare su famiglie di eccezionali "opranti", cioè di burattinai che si trasmettevano di padre in figlio la difficile arte di far agire le marionette in uno scenario elementare e pure molto suggestivo.

I soggetti preferiti del teatro dei pupi sono quelli di carattere epico- cavalleresco, che danno alla rappresentazione il tono di un'epopea altamente drammatica ma trasferita in ambiente e in discorso popolari.

La tradizione epico-cavalleresca è di derivazione francese (precisamente della Chanson de Roland) e mentre in Francia si spese relativamente presto. In Italia, e particolarmente in Sicilia, ebbe un'ininterrotta risonanza.
Le fonti di questa tradizione vanno ricercate anche nella ricca produzione e nella instancabile vena inventiva dei "cantastorie" oltre che nei poemi cavallereschi classici, quali il "Morgante" di Luigi Pulci, l'"Orlando Innamorato" di Matteo Maria Boiardo, l'"Orlando Furioso" di Ludovico Ariosto e nelle narrazioni dei "Reali di Francia".

Vara e Giganti

da una ricerca scolastica di Giuseppe Fileti e Salvatore Santamaria
La Vara - I Giganti - Le macchine festive messinesi.
(15 agosto - Messina)

LA VARA




La Vara, ossia l'apoteosi dell'Assunzione della Vergine ha origini più remote dei Giganti. E' presumibile infatti che una così importante ricorrenza venisse degnamente ricordata dalla Chiesa messinese sin da primo riconoscimento del Cristianesimo.

Il Maurolico scrivendo della festa dell'Assunta la chiama "antichissima consuetudine".

Il Bonfiglio attesta che, fino al tutto il Quattrocento, la cerimonia aveva luogo portandosi in trionfo, a cavallo, "una statua di Nostra Donna con gran festa: tenevasi per simil conto un caval leardo, la cui sella trionfale, di velluto cremisino ricamato d'oro, si conserva nel luogo nominato il Tesoro".

In seguito, verso il Seicento, un certo Radese ideò "la Bara, e dall'ora in poi in cambio della statua si conduce questa al dì solito, ogni anno".

Il Radese, in prosieguo di tempo, ebbe validi collaboratori che ingrandirono e perfezionarono la macchina: il proprio genero, Giovannello Cortese, Iacopo Lo Duca, l'insigne architetto del palazzo senatorio, e lo stesso Maurolico, tanto per il macchinario, come per le composizioni allegoriche.

La Vara, costruita in un primo tempo nel 1535 per l'ingresso di Carlo V, venne a mano a mano ampliata e, a riprese, trasformata. Però dopo tante modifiche, essa conserva, nelle spranghe del ceppo, tracce di mano d'opera che fanno pensare ad epoche anteriori al Cinquecento.

Per tre secoli destò l'orgoglio dei cittadini, e l'ammirazione dei forestieri. Ed a ragione, quando si pensi ad una prodigiosa piramide umana di oltre 150 fanciulletti, incoronati di fiori e riccamente vestiti, che col gesto e con la voce, rotando in vari sensi, osannano alla Vergine.

In tanti anni della rischiosa cerimonia non i registrano che due soli incidenti; uno nel 1680, quando la Vara si spezzo, dal Globo in su, e sei ragazzi precipitarono tra la folla, senza che alcuno riportasse ferite o contusioni; ed un altro, nel 1738, allorché si ruppe l'asse attorno a cui girava il sole: anche stavolta, i 4 bambini attaccati all'astro restarono incolumi. Adesso i bambini in carne ed ossa sono stati sostituiti, nelle parti piu' alte, da bambini in cartapesta.

Dal portento del 1738, scaturì un processo canonico. Fu riconosciuto il miracolo e si volle eternarne la memoria.

In origine la Vara era munita di ruote che, dopo il 1565, furono sostituite da scivoli in legno per consentire il trascinamento sul selciato. E a trascinare la Vara mediante due lunghe gomene, è il popolo messinese, con l'azione congiunta di "capicorda, vogatori, timonieri, macchinisti e comandanti", al grido di "VIVA MARIA!".

Perché "Meravigliosa Festività" è questa, scriveva nel 1591 Giuseppe Carnevale, dottore in legge, e, la Vara, "per l'altezza, e grandezza sua, e anche per l'ammirabile arteficio, e magistero, si ritiene che sia, la più bella, e pomposa cosa del Mondo".

I GIGANTI

   

Il gigantismo simbolico-rituale è molto diffuso in Sicilia e, a parte le motivazioni di carattere etnoantropologico che vedono una spiccata predilezione per tutto ciò che è colossale, il fenomeno è da inquadrare soprattutto nelle lotte campanilistiche fra le diverse città isolane che tendevano a dimostrare origini antichissime e mitiche discendenze, in antagonismo tra di loro.

Messina in particolare, da sempre in rivalità con Palermo nella contesa per aspirare al titolo di capitale della Sicilia, ratificò "tout court" il proprio primato di fondazione facendone risalire l'origine all'epoca favolosa dei giganti.

Sull'epoca d'origine di tale mito, esistono una versione leggendaria radicata nella tradizione e un'altra storica, che fu proposta da Domenico Puzzolo Sigillo.

La leggenda vuole che, verso il 965, un gigantesco moro di nome Hassam-Ibn-Hammer sbarcasse alla testa di testa di numerosi pirati nelle vicinanze della città , iniziando a depredarla.

Durante le sue scorrerie , vide a Camaro (un quartiere di Messina) la bella Marta (dialettalmente "Mata") che era figlia di un non meglio identificato Cosimo II di Castellaccio e se ne innamorò perdutamente.

I due erano però divisi dalla diversa religione e, ottenuto un secco diniego dai genitori alla sua richiesta di matrimonio, Hassam decise di rapirla. Inutilmente cercò in tutti i modi di essere ricambiato del suo amore: Mata cedette soltanto quando il saraceno ricevette il battesimo e cambiò il nome in Grifone.

Abbandonata la spada, si dedicò esclusivamente all'agricoltura, sposò la bella cammarota e fondò, con lei, la città di Messina.

Secondo la versione storica, invece, i giganti sono figure allegoriche che ricordano un importante episodio avvenuto a Messina al tempo di Riccardo I duca di Normandia e re d'Inghilterra, meglio noto col soprannome di "Cuor di Leone".

Il sovrano si trovava nella nostra città, in occasione della III Crociata in un periodo in cui i greci erano potentissimi e angariavano i messinesi (latini).

Malvisti da Riccardo, furono osteggiati e durante il suo soggiorno messinese egli riuscì a fiaccarne l'orgoglio facendo costruire sulle alture della città un'imponente fortezza, dominatrice e intimidatrice dei greci : non a caso il Castello ebbe il nome di Matagrifone.

L'allusione del nome è evidentissima derivando, "Mata", dal latino "maetare" (ammazzare) mentre "griffoni" erano detti i greci.

Se esaminiamo con attenzione le teste dei giganti si possono cogliere in quella di mata le espressioni di dominatrice e trionfatrice simboleggiate dal serto d'alloro fra i capelli e la "messinesità" sottolineata dal castello a tre torri (Mata-griffone, Castellaccio e Gonzaga, i tre castelli messinesi).

La testa di Grifone, invece, dai capelli incolti, la folta barba, lo sguardo truce e l'aspetto arcigno e selvaggio, la pelle scura, e quella di un greco vinto che è portato da Mata trionfatrice in stato di servitù che il capo scoperto e i lunghi orecchini pendenti confermano.

Per rievocare la storia, ogni anno in agosto, i due giganti percorrono le strade della citta' di Messina, accompagnati da majorettes e banda musicale in costume.

Questa manifestazione viene chiamata la "passeggiata dei giganti".

Famose, fino al secolo scorso erano le burle che venivano fatte ai contadini dinanzi ai due colossi; una di queste è così descritta da Giuseppe Pitrè: "scovatosi tra la folla un provinciale uomo facile a cadere in trappola, egli viene subito condotto innanzi al Gigante, e consigliato, spinto, costretto a baciarli il piede, egli, il semplicione, bacia, ed una solenne sghignazzata del non colto pubblico accoglie lo sconsigliato bacio".

Non si conosce la data della prima costruzione dei due Giganti, ma, dalle fonti scritte e dai documenti, si apprende che lo scultore fiorentino Martino Montanini realizzò nel 1560 il disegno e le statue.

Secondo Gaetano La Corte Cailler, gli arti e la testa furono fissati e rifatti, sul disegno precedente, dal carrarese Andrea Calamech. Sull'antichità della statua del Gigante, testimonia il La Corte Cailler che nel corso dei restauri del 1926: " sul petto del Gigante si sono notati tre medaglioni, che prima nessuno aveva osservato, uno dei quali risale certamente al XIII secolo mentre gli altri due sono dei secoli susseguenti.
La gigantessa, invece, fu completamente rifatta dopo il terremoto del 1783 ed entrambi i Colossi, nel 1723, assunsero l'attuale posizione equestre. Ulteriormente danneggiati dal sisma del 1908, furono restaurati nel 1926 da alcuni palermitani con la consulenza del La Corte Cailler.

I vestiti furono confezionati dal sarto messinese Salvatore Palombo.

Ancora danneggiati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, nel 1951 furono sottoposti a svariati rifacimenti. Gli ultimi restauri risalgono al1984 e al 1986, effettuati dalla ditta Prizzi di San Cataldo su progetto dell'arch. Rodolfo Santoro.

Le macchine festive messinesi


Da quanto risulta all'attuale stato delle ricerche, la città di Messina possiede il più gran numero di "macchine" festive in Italia e forse nell'intera Europa.

Questo dato emerge e conserva validità sia che si assuma come base di partenza di partenza la situazione attuale sincronicamente intesa come analisi dell'esistente, sia che ci si rivolga ad un indagine diacronica sulle "macchine" festive e sugli apparati cerimoniali, effimere e non, di cui la comunità messinese ha fatto grandissimo uso nel corso della sua storia plurisecolare.

La cultura popolare messinese, o per essere più esatti, la cultura messinese tout court, ha registrato l'affermarsi, in un periodo che può essere fatto risalire ai secoli XII-XIII, dell'uso rituale di una vasta gamma di "macchine "festive, ossia di manufatti concepiti il più delle volte di mole gigantesca, fatti sfilare processionalmente nel corso di eventi cerimoniali che venivano così ad assumere tutte le caratteristiche di teatro en plein air, di rappresentazioni mitico-rituali a cielo aperto.

Una prima elementare distinzione si impone, entro la categoria "macchine festive", tra apparati fissi ed apparati mobili, i primi dei quali obbedienti sostanzialmente a motivazioni e finalità estetiche e, ad un livello di analisi appena più profondo, correnti al perseguimento degli scopi di cui l'ideologia festiva, in ogni tempo e sotto ogni latitudine si è sempre sostanziata, ossia, per parafrasare Rimbaud, il totale seppure inconsapevole dérèglement de tous les sens.

In un epoca nella quale il sistema degli oggetti possedeva delle valenze simboliche ormai desuete, l'apparato festivo indubbiamente manteneva come finalità principale l'eccitamento dei sensi ottenuto attraverso l'esaltazione delle impressioni tattili, olfattive, uditive, visive e del gusto.

Non miravano ad altro le splendide ed effimere "macchine" festive sei-settecentesche, i fuochi d'artificio col penetrante odore caratteristico della polvere da sparo, le litanie inframmezzate delle vivaci musiche barocche, gli scoppi di mortaretti e tutta la gamma cromatica offerta durante la festa, fatta di ori di argenti di broccati della festa, in cui la consumazione delle scorte assumeva valenze purificatrici ed escatologiche.

Della Vara e dei Giganti conviene notare che, al pari e forse più delle altre macchine festive messinesi, vale per esse la considerazione che fenomeni a larga partecipazione popolare, veri e propri oggetti di culto perdurante da secoli, per forza di cose devono avere assunto significati assai diversi nel corso dei vari periodi storici. Se dovessimo definire le "macchine" festive messinesi, assumendole nella loro globalità forse sarebbe il caso di parlare di: Conquista di spazi rituali protetti; Connessione ad un orizzonte mitico che renda umanamente praticabile la vita comunitaria; Strategia festiva come riappropriazione mitica di un illud tempus che renda il tempo della festa un tempo salvato, sottratto come tale all'angoscia della storia.

Tutti questi temi trovano in questi manufatti un luogo privilegiato di attuazione di progetti comunitari di "essere nel mondo", e rendono ancora valida la definizione che dell'umana cultura o civiltà diede trent'anni or sono un grande etnologo, Ernesto De Martino.

Dell'agosto messinese, non si può scrivere senza riandare con la mente alle fastose celebrazioni dei secoli scorsi, allorché la nostra città ospitava nel porto intere flotte dell'Oriente e dell'Occidente. Dal Quattro al Settecento, il "festivo estivo", preparato con tutto fervore durante i mesi di primavera, dava la stura alle imponenti cerimonie religiose, alle fantasmagoriche luminarie, ai fantasiosi giochi d'artificio, al delirante giubilo di un popolo, il quale, pur nelle immancabili asprezze dei tempi sentiva in pieno la propria possanza e la traduceva in orgoglioso amor di patria.

Il maggiore richiamo della festa erano i Giganti e la Vara.


Favole e Leggende


Nel mondo incantato della fantasia gli uomini cercano la speranza.

Rincorrono fate e folletti contornati dalla forza della magia. Immaginano come sarebbe il mondo se potesse essere diverso e modificabile.

Costruiscono il passato, giustificano stranezze, creano eroi e demoni, liberano desideri e paure.

Razionalità in contrapposizione a magia.

Ma nel cuore dell'uomo vince sempre la magia, anche se quando cammina nel mondo con gli occhi aperti la rinnega, nei suoi sogni è sempre viva.

Così nascono le fiabe e le favole ...

Ma le fiabe siciliane sono diverse ...

Sono un intreccio di realtà e fantasia, con poca magia e molta astuzia. Sono la spiegazione fantastica di fenomeni naturali, la trasposizione di fatti reali in miti e leggende.

Sono il racconto di arguzie per ottenere una vittoria, di trovate sagaci per aggirare ostacoli. In fondo si possono considerare il frutto di secoli di asservimento a dominatori stranieri, come fossero un racconto degli espedienti per recuperare in parte la libertà perduta.

Sembrano un filone letterario con proprie caratteristiche e proprie regole.

I più famosi autori di fiabe siciliane (o novelle) sono:

Luigi Capuana (Mineo, Catania 1839-Catania 1915).  Narratore e critico letterario.

C'era una volta (1882), Scurpiddu (1898), Cardello.

Giuseppe Pitré (Palermo 1841-1916). Folclorista.  

Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani (quattro volumi, in tutti i dialetti della Sicilia, 1841-1916) + le altre raccolte: Saggio di fiabe e novelle popolari siciliane (Palermo, 1873), Nuovo Saggio di Novelle e fiabe popolari siciliane (Imola 1873), Otto fiabe e novelle popolari siciliane (Bologna, 1873), Novelline popolari siciliane raccolte in Palermo (Palermo 1873) Fiabe e leggende popolari siciliane (Palermo 1888), Studi di leggende popolari in Sicilia e Nuova raccolta di leggende siciliane (Torino 1904) (La raccolta in tedesco di Laura Gonzenbach era limitata alle province ioniche).

Scilla e Cariddi

  


SCILLA

Secondo la leggenda Scilla era una bellissima ninfa e di lei si era profondamente innamorato il dio marino Glauco che perciò respinse l'amore di Circe.

La maga, offesa e indispettita, decise di vendicarsi mediante le sue magie: preparò uno strano succo a base di erbe misteriose, si recò presso la sorgente dove Scilla era solita bagnarsi e vi versò la terribile pozione.

Non appena Scilla si bagnò, il suo corpo subì un'orrenda trasformazione: mentre la parte superiore rimase immutata, dalla parte inferiore comparvero sei feroci cani, ciascuno con una orrenda bocca fornita di tre file di denti appuntiti, che latravano in modo impressionante.

Essi erano dotati di lunghissimi colli a forma di serpenti i quali afferravano gli esseri viventi a cui potevano arrivare e li divorava .  Diventata così mostruosa, Scilla andò a nascondersi presso lo stretto di Messina in un antro là dove la costa calabra si protende verso la Sicilia. Da lì seminava strage e terrore contro i naviganti che imprudentemente le passavano vicino.

La leggenda racconta che, quando Eracle attraversava l'Italia con il bestiame di Gerione, Scilla divorò alcuni buoi e perciò l'eroe la uccise. Ma il dio Forco che era il padre di Scilla, con l'aiuto di alcuni incantesimi richiamò in vita il mostro.

CARIDDI

Tra le leggende più belle appartenenti al patrimonio culturale dell'antica Messina, la più nota è, senza dubbio, la leggende che ricorda l'esistenza del mostro Cariddi, mitica personificazione di un vortice formato dalle acque dello stretto di Messina.

Cariddi, ninfa mitologica greca , figlia di Poseidone e di Gea (la terra) era tormentata da una grande voracità.

Quando Eracle passò dallo stretto di Messina col l'armento di Gerione (un mostro o gigante fornito di tre teste e tre corpi uniti all'altezza della cintola), essa gli rubò alcuni buoi e li divorò. Per questo fu colpita dal fulmine di Giove, precipitata in mare e trasformata in un mostro.

Il primo a raccontare questo mito fu Omero che lo descrisse in modo così perfetto da farlo sembrare credibile; spiegò anche che Cariddi si trova di fronte a Scilla. Omero racconta che il mostro ingoiava tre volte al giorno un 'enorme quantità d'acqua e poi vomitava trattenendo tutti gli esseri viventi che vi trovava.

Anche Virgilio parla di Cariddi nel suo poema intitolato Eneide.

Dal libro "Santi, Banditi, Re, Fate e ... Odori"

La leggenda di Colapesce



Molti scrittori dell'antichità parlano di un pescatore dalle qualità fisiche eccezionali, un tal Cola o Nicola nato e vissuto a Messina e figlio di un pescatore di Punta Faro. Cola era un ragazzo simile agli altri, solo che aveva moltissima passione per il mare :
infatti stava giornate intere a contemplarlo.

Egli aveva un infinito rispetto per i pesci e tutti quelli che il padre riusciva a prendere lui li ributtava in acqua in modo che vivessero. Sua madre era disperata, così un giorno, per rabbia, gli lanciò una maledizione. "Possa diventare anche tu un pesce"; così fu, gli spuntarono le pinne, le branchie, e le squame.

Divenne un pesce anche di nome, fu chiamato Colapesce e cominciò a vivere sempre più in mare e sempre meno in terra. Si gettava in mare dalla punta di Messina sprofondando giù e tirando, per divertimento, le code alle murene, cavalcava i delfini e quando, dopo alcuni giorni, tornava in superficie, raccontava tutte le meraviglie che aveva visto nelle profondità marine. Molti navigatori lo incontravano lungo le loro rotte e lui indicava il percorso più conveniente per evitare la rema e le burrasche.

Colapesce era bravo corriere, infatti gli affidavano messaggi da portare in varie località; era capace di nuotare per oltre 100 chilometri e il capitano della città di Messina lo nominò palombaro.

Colapesce, che in realtà era un bel giovane, divenne così famoso che lo volle conoscere persino il re di Sicilia, il quale venne a Messina per sperimentare l'abilità di Colapesce. Fatto venire il giovane, il re con la sua nave, si portò nello stretto e lanciò in mare una coppa d'oro chiedendo a Colapesce di andare a prenderla. Quando egli risalì descrisse al re il paesaggio marino, i pesci e le piante che aveva visto.

Il re, ancora più incuriosito, gettò la sua corona in mare in un punto più lontano: Cola si tuffò e cercò per due giorni e due notti; per due volte passò sotto la Sicilia fino a quando ritrovò la corona ed emerse dal mare. Il re gli chiese cosa avesse visto e lui rispose che aveva visto la Sicilia poggiare su tre colonne: una era rotta ma resistente, la seconda era solida come granito, la terza era corrosa e scricchiolante: gli disse anche che aveva visto un fuoco magico che non si spegneva.

Il re desiderava avere maggiori informazioni: buttò nell'acqua un anello e invitò Colapesce ad andarlo a ripescare e riferirgli cosa avesse visto. Il giovane era stanco e titubava ma il re insisteva e Colapesce non se la sentiva di dire di no.

Decise di obbedire e disse che se si fossero visti risalire a galla un pugno di lenticchie e l' anello di certo non sarebbe più risalito. Così si tuffò lasciando tutti in ansiosa attesa; dopo diversi giorni, quando il re stava decidendo di andar via, si videro galleggiare le lenticchie insieme all'anello che bruciava.

Il re capì che il fuoco esisteva veramente nel mare e si rese conto che Colapesce non sarebbe risalito mai più: era rimasto a sostenere la colonna corrosa.

Dal libro "Santi, Banditi, Re, Fate e ... Odori"

Aci e Galatea : la leggenda di Acireale



Racconto di Stefania Di Pietro.

Ricordate i Faraglioni che sono descritti con gran maestria dal Verga ne "I Malavoglia" ? Sono tre massi, che secondo la leggenda lanciò Polifemo accecato da Ulisse contro la sua nave in fuga e che si possono veder spuntare dall'acqua nei pressi di Aci trezza, antico borgo marinaro conosciuto anche con il nome di Riviera dei Ciclopi.

Pensate che il più grande di questi scogli è detta Isola Lachea, diventata riserva naturale che ospita numerose specie endemiche di animali.

Naturalmente, l'origine di tale isolotto è scientificamente spiegata, si dice che nacque a causa di un'eruzione sottomarina circa 500.000 anni fa, come dimostra la copertura rocciosa di colore biancastro che ne ricopre la parte superiore, formatasi per trasformazione termica delle argille sottomarine a contatto con la lava incandescente.

Il nome "Lachea" ha origini greco-bizantine e vuol dire "pianura".

Come ho già detto altre volte, dalla "muntagna" così come è definita l'Etna che tanto è amata e rispettata dai catanesi, agli scogli o ai vortici del mare della Trinacria, ogni elemento naturale qui viene mitizzato, per tradizione e cultura, ma soprattutto per credenze e superstizioni.

Anche questa parte della Sicilia, narrata dal grande scrittore catanese, è avvolta dal mistero e dalla magia di un mito, come d'altra parte, ogni luogo della più grande e meravigliosa Isola del Mediterraneo.

Proprio nella zona incantevole dei tre Faraglioni è ambientata una delle leggende più tristi e poetiche di Sicilia, ovvero quella di Aci e Galatea, storia di origine greca, che serve a spiegare fantasiosamente, la ricchezza delle acque sorgive della zona etnea.

La leggenda racconta di Aci, un pastore che viveva lungo le pendici della "muntagna", innamorato di una fanciulla di nome Galatea.

La splendida ninfa era anche corteggiata da Polifemo, ma lei ne respinse le proposte continue e il gigante, offeso per il rifiuto, uccise il rivale, nella speranza di conquistare la sua amata, che, invece, continuò ad amare Aci, anche dopo la tragica fine di questi.

Ogni mito che si racconti è collegato alla realtà nel tentativo di cercare una spiegazione più o meno plausibile per essa e per ciò che in essa accade, in questo caso, il mito etneo di Aci è legato ad una zona non lontana dalla costa, vicino l'attuale Capo Molini; dove è collocata una piccola sorgente che gli abitanti del luogo chiamano "Il sangue di Aci" per il suo strano colore rossastro: lo stesso sangue che il povero e sfortunato giovane perse, ucciso dal gigante.

Ma i siciliani non si fermarono alla semplice narrazione di una storia così piena di dolore, forse spinti dalla presenza di quell'acqua maledetta, chiamarono Aci, un villaggio vicino, in memoria del pastorello.

Siccome i casi della vita sono davvero casuali, e scusate la ridondanza, il terremoto dell'undicesimo secolo dopo Cristo, rase al suolo il piccolo villaggio di Aci, provocando l'esodo dei sopravvissuti, che fondarono altri centri.

Per distinguere questi nuovi luoghi dallo sfortunato paesello di Aci e da tutti quelli che sorsero vicini, fu sempre aggiunto un secondo appellativo al nome Aci e nacquero così, Aci castello, per la presenza di un castello costruito proprio su un faraglione, Aci sant'Antonio, Aci catena e Aci trezza, ovvero la città dei tre faraglioni, tanto amata dal Verga.

Non si può fare a meno di narrare queste storie, ogni volta che ne pesco una, capisco qualcosa in più riguardo la cultura della mia terra e, vi parrà strano, ma è così, riesco a spiegarmi certi modi di ragionare tipicamente siciliani, nei riguardi dei sentimenti o delle tragedie.

C'è una grande teatralità nel popolo siciliano, sembrerebbe che trascorri la sua vita come se stesse recitando in uno di quei drammi antichi dei grandi poeti greci, ma è proprio questo il bello di noi, ve lo assicuro!

Rifletteteci con attenzione, non vi fa sorridere il fatto che da una leggenda tanto dolorosa possa risultare il motivo della comparsa di quei paesini o che da tre sassi lanciati da quel bestione del ciclope omerico vengan fuori i tre splendidi faraglioni, simboli di una città, di un racconto verghiano che in tutto il mondo conoscono e ammirano?
Ecco, questo può accadere solo in Sicilia, dove qualsiasi cosa attragga l'attenzione racchiude dentro sè molto più di quanto possiate immaginare.

Non ci credete ? Ve lo dimostro :

pensate agli occhi di un pescatore, intenti a guardare l'orizzonte, rivolti verso il mare, a domandare al Cielo se pioverà o meno, se la pesca sarà buona o cattiva, li vedete ?

Sta proprio là, seduto sulla punta di uno scoglio, le onde si infrangono su di esso e gli bagnano le gambe, ma lui niente, rimane immobile a guardare il suo mare e a farsi sfiorare la pelle ruvida, con il berretto in testa per ripararsi dal sole, che non è mai parsimonioso verso la terra di Sicilia, ma la riscalda sempre generosamente.

Stefania Di Pietro


La Fata Morgana



Dopo aver condotto re Artù, suo fratello, ai piedi dell'Etna, Morgana non se ne andò più dalla Sicilia, dove era giunta con il suo vascello. Stabilì la sua dimora tra l'Etna e lo stretto di Messina, dove i marinai non osavano avvicinarsi a causa di forti tempeste, e sì costruì un palazzo di cristallo.

Morgana abita qua da più di mille anni e di tanto in tanto richiama alla memoria Camelot, i castelli, le foreste incontaminate ed altri ricordi felici. La fata certe volte si diverte a scoprire la gente con immagini ingannevoli.

Si dice che Morgana esca dall'acqua con un cocchio tirato da sette cavalli, per quanto abbia anche un vascello d'argento. Quando Morgana esce dal mare getta nell'acqua tre sassi e traccia dei segni nel cielo: allora il mare si gonfia, dopo diventa come un cristallo; su di esso compaiono immagini di uomini e di città.

Padre Ingnazio Angelucci ci dice di aver assistito ai prodigi della fata Morgana nel giorno dell' Assunta del 1643: egli racconta di aver visto dalla sua finestra il mare gonfiarsi, e poi diventare come un cristallo e su questa "piazza di cristallo" si riflettevano immagini di città bellissime, pilastri, arcate, castelli e si trasformavano in una fuga di finestre che si trasformava a loro volta in selve, pini, cipressi e grandi teatri.

Padre Ignazio dice che aveva sentito parlare di questo fenomeno ma non ci aveva creduto, però dopo averlo osservato con i propri occhi poté affermare che era più stupefacente di quanto si potesse immaginare.

La leggenda trae spunto da un fenomeno che realmente si verifica nello stretto di Messina in particolari condizioni atmosferiche.

Dal libro "Santi, Banditi, Re, Fate e ... Odori"

Santa Eustochia

     


A Messina nel monastero di Montevergine sembra che accada un fatto inspiegabile: al cadavere della suora Eustochia Calafato morta del 1491 crescono le unghie e i capelli, che ogni anno, nel giorno dedicato a lei, le vengono tagliati.

Esmeralda Calafato nacque nel 1837 da una nobile e ricca famiglia messinese. Nonostante fosse una ragazza dotata di rara bellezza non si interessava del mondo, vivendo esclusivamente una intensa vita spirituale. Nell'adolescenza un giovane signore si innamorò perdutamente della ragazza e lei, per evitare tentazioni, scappò via di casa e andò in un monastero, quello di Basicò, dove abbandonò il suo nome per prendere quello di Eustochia; ma lei desiderava una vita più intensamente spirituale e, per le sue idee, si scontrò con le altre suore che non la pensavano come lei.

Allora cominciò a chiedere con insistenza dei soldi ad un ricco zio e, quando finalmente li ottenne, potè fondare il monastero di Montevergine che ancora esiste nella via Ventiquattro Maggio. Finalmente soddisfatta, Santa Eustochia visse qui come desiderava fino all'età di 51 anni.

Il suo comportamento fu sempre pio e devoto. Si dice che lo spirito della Beata Eustochia, credendo di fare cosa gradita, avverta le suore della loro prossima morte parecchie settimane prima: colei che si avvicina al sonno eterno sente un rumore cupo e particolare: significa che la sua morte è vicina.

La Santa aveva previsto che un giorno a Messina si sarebbe versato molto sangue. Dopo alcuni anni dal terremoto il monastero di Montevergine venne abbattuto e un funzionario decise di portare il cadavere della beata Eustochia al cimitero, ma egli poco dopo morì. Il suo successore decise più saggiamente di conservare la precedente disposizione del monastero continuando ad alloggiare il cadavere della beata Eustochia.

Dal libro "Santi, Banditi, Re, Fate e ... Odori"

I Camiciotti



Lo sapete chi sono i Camiciotti a cui è intitolata una via a Messina ?

Dovete sapere che nel 1848 a Messina si lottava contro i Borboni che avevano mandato forti reggimenti svizzeri militanti nelle loro file. I camiciotti erano dei giovanissimi volontari che indossavano una corta blusa a forma di camiciotto ; essi si scontrarono con il reggimenti svizzeri e resistettero eroicamente agli avversari finché furono costretti a rifugiarsi nel convento dei Benedetti. Dopo ripetuti assalti e cruenti corpo a corpo, si asserragliarono nel cortile di Santa Maria Maddalena che era la chiesa del convento. Combatterono come leoni decimando gravemente le truppe nemiche. L'edificio alla fine fu invaso dagli avversari e i Camiciotti continuarono a lottare negli androni e nei corridori fino a quando, ormai stanchi e di numero estremamente ridotto, furono spinti nel cortile del convento intorno al pozzo. Quando si resero conto che non c'era più nulla da fare, piuttosto che arrendersi, preferirono buttarsi a capofitto nel pozzo dove trovarono la morte. I ruderi del pozzo della Maddalena sono ancora visibili nel cortile interno dell'edificio della "Casa dello Studente" in via Cesare Battisti.

Dal libro "Santi, Banditi, Re, Fate e ... Odori"



 
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