La Sirena e la grotta del diavolo - FRATELLI DELLA COSTA - ITALIA Tavola di Messina

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La Sirena e la grotta del diavolo

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La sirena e la grotta del diavolo

di Ninni Ravazza



Io la mia Sirena l'ho incontrata un luminoso mattino di luglio alla fine degli anni '60, nel mare liscio come uno specchio al largo della grotta del bue marino, nel golfo della tonnara del Secco a San Vito lo Capo (foto a sinistra).

Non era la Lighea del signore di Lampedusa e non mi ha attirato nel profondo del mare blu, ci siamo scrutati per un attimo, ho avuto appena il tempo di leggere la curiosità nel suo sguardo dolce, poi è scomparsa sotto la superficie immobile. E non l'ho più rivista.

Qualche giorno dopo nella marineria sanvitese si sparse la voce che il "vue marino" era rimasto intrappolato nella rete palamitara che stava depredando. Era l'ultima Foca monaca (Monachus monachus) di una colonia un tempo numerosa che viveva lungo le coste dello Zingaro, del Secco, di Macari, anche vicino alla spiaggia dove oggi c'è il porto peschereccio.

La notte la foca dormiva nelle grotte del litorale e nelle calette di ghiaia, e il suo ronfare impressionava tanto i pescatori che di notte inseguivano sarde e sgombri da fargli credere che lì dormisse Belzebù in persona: "grotta del diavolo" chiamavano gli antichi marinai l'antro semisommerso sotto le balze di Macari, nel golfo di Cofano, dove riposava una Sirena dalle forme snelle, "non più di 60, 70 chili" ricorda chi l'ha vista negli anni '50. Chissà che la credenza del sabba delle streghe sul monte Cofano non sia stata alimentata anche dalla presenza delle donne-foca nel mare sottostante? Certo la loro figura ambigua ha ispirato più di un poeta: "A l'occhi di Climenti addivintava/ la foca-monaca, biddizza rara/ 'na fimmina, 'nta l'unna chi abballava …" scrive Renzo Porcelli in "Cùntura".

Di grotte e cale "del bue marino" sono piene le nostre coste, oggi nostalgici toponimi ma un tempo nemmeno troppo lontano tana e fortezza dei nemici giurati di tutti i pescatori, che per secoli hanno combattuto una loro personale guerra a colpi di fiocina e pietre contro quegli esseri furbi per metà pesce e per metà animale che portavano via le prede dalle reti squarciandole "coll'ugna appuntute" quando "con ben intrecciati lini/ Accerchian la foca i pescatori/ tra' pesci non volendo …" come narra il poeta greco Oppiano di Cilicia (II secolo) nella sua "Halieutica"; ma se la foca non riusciva a fuggire in tempo "allora e col tridente,/ e con forti bastoni, aste gagliarde,/ Dandoli a tutta furia sulla tempia/ L'uccidon …".

"Nel golfo del Secco, dove pescavo io, ce n'erano tre o quattro, le chiamavano bue marino - ricorda l'ottantaquattrenne Giuseppe Lucido (foto a sinistra)- alcune dormivano vicino alla tonnara sotto San Giuseppuzzo, la chiesetta che ora non c'è più, in una piccola spaccatura con la ghiaia sul fondo; poi ce n'era una anche nel golfo di Macari e una anche qui, dietro il porto, dove c'è una piccola grotta e dormiva lì, questa io non l'ho vista mai ma mio padre si, e me lo diceva. Ma quanto erano disonorate! Una volta al Secco avevamo calato la rete palamitara e con lo specchio avevamo visto che c'erano ammagliati sette e otto bisi, cioè tombarelli, siamo andati a terra ma poi ho pensato che era meglio se li andavamo a prendere, sennò nemmeno uno ne trovavamo. Macchè, siamo andati là e pesci non ce n'erano più, e lì vicino assomma il vue marino che ci guardava e ne aveva uno in bocca, Talìa, disgraziato, nichei ni fa, ci faceva dispetti. Ma i pesci li prendevano senza fare danni alla rete, nemmeno 'na mezza magghia rumpìano, chissà come facevano …".

Esseri sensibili e vendicativi, le foche andavano blandite come donne capricciose e volubili: "Mi diceva la bonanima di mio Nonno Peppe Flores detto "trisina": state attenti coi vui marini, non li dovete mai minacciare, li dovete prendere cu ruci ruci, se sono vicini alla rete dovete dirgli per esempio Cola meu, ch'è? Tutti t'i mangi? Manco uno mi nni lassi? Se Dio ni scansi l'amminazzate, ci tirate petre, 'u colpite c'a friccina 'a rizza v'a putite purtari 'nterra, ve la fanno a pezzi". Una mattina di tanti anni fa zu' Petrino Barraco sotto la torre 'Mpisu colpì con la fiocina la foca che gli aveva rubato i pesci dalla rete, e da allora non poté più andare a pescare in quel luogo: "Ma che, conosceva il rumore della barca? - mi raccontò il giorno in cui compiva ottanta anni - appena mi avvicinavo spuntava lei, fuori dal tiro della fiocina, e mi rompeva tutte le reti".  

Da trent'anni la Sirena è scomparsa dai nostri mari, e una scultura in pietra lavica la ricorderà nella piazza di Marettimo, assieme a San Vito lo Capo ultimo rifugio di questo essere affascinante: "A Cala Monaca chhiù nun si vitti/ Climenti, e nun si vitti cchiù la foca …" si duole Renzo Porcelli.

(Le interviste ai pescatori di San Vito lo Capo sono contenute nel volume di Ninni Ravazza "Il mare e lo specchio", Magenes Editore, di imminente pubblicazione. "Cùntura" di Renzo Porcelli è del 1997. La traduzione di "Halieutica" è di Anton Maria Salvini, Firenze 1728




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