La nuova pirateria - FRATELLI DELLA COSTA - ITALIA Tavola di Messina

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La nuova pirateria

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La Pirateria Contemporanea o moderna


Conclusasi più o meno alla fine del diciassettesimo secolo l’epoca cosiddetta aurea (abbiamo avuto modo di conoscerla attraverso capolavori letterari e indimenticabili pellicole cinematografiche) con la concomitante “migrazione” di un elevato numero di filibustieri e pirati di nazionalità occidentale verso le promettenti e (per loro) meno pericolose acque dell’Oceano Indiano, questo fenomeno conobbe una parabola discendente attribuibile, soprattutto, al crescente impegno delle nazioni che vantavano interessi commerciali marittimi (Inghilterra, Francia, Spagna, Olanda e Portogallo) per debellare una pratica dannosissima per i loro traffici. La pirateria rimase tuttavia largamente diffusa, sia pure con una diminuita intensità, nelle acque orientali del Nord America e in tutta l’area delle Indie Occidentali, anche nei due secoli successivi.


CENNI GENERALI SUL FENOMENO ATTUALE

Nel ventesimo secolo la pirateria era ancora presente, sia pure con una connotazione “endemica”, localizzata in aree geografiche ad elevato indice di povertà (Tailandia, Borneo, Filippine, Stretto di Malacca, in Oriente; Brasile, Venezuela, Colombia e sporadici episodi nei Caraibi, nell’America centro-meridionale; Stretto di Aden, coste della Somalia e la parte meridionale del Mar Rosso per l’Oceano Indiano e l’Africa orientale; non del tutto assente, ma quasi irrilevante nelle sue manifestazioni, l’attività piratesca lungo le coste occidentali dell’Africa occidentale).
Al giorno d’oggi, gli atti di pirateria si verificano non soltanto al largo delle coste della Somalia (sappiamo infatti come il Corno d’Africa sia oramai divenuto terra privilegiata per l’originarsi di tali azioni), bensì anche lungo le coste comprese tra Arabia Saudita e Pakistan; a largo dell’Africa occidentale; nell’immenso e complesso scenario marittimo del Sudest asiatico e persino nei Caraibi e lungo le coste pacifiche dell’America latina. Al giorno d’oggi, il Golfo di Aden è la parte del mondo maggiormente affetta da attacchi pirateschi, seguita dalle coste della Nigeria e da quelle dell’Indonesia. In definitiva sono i mari africani che soffrono particolarmente del problema della pirateria. Le coste comprese tra Yemen, Somalia, Gibuti ed Eritrea offrono inoltre una conformazione molto favorevole agli attacchi dei pirati proprio perché costituiscono un insidioso stretto – in inglese si adopera il termine tecnico chokepoint, sorta di collo di bottiglia che rallenta la navigazione e che ad esempio, in un eventuale contesto bellico, favorirebbe il prevalere di una delle forze coinvolte.



Le frontiere marittime europee (o meglio il cosiddetto “Mediterraneo allargato” che si estende ben al di là di Gibilterra e della Grecia, dilatandosi dalle coste senegalesi fino al Corno d’Africa) è sempre più al centro della PESC, la Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’Unione Europea. Sia la Nato che l’Ue si sono mosse in termini militari per far fronte a un fenomeno criminale in preoccupante crescita. I raid dei moderni bucanieri danneggiano il commercio marittimo globale ed europeo: le stesse tratte via mare si fanno più costose anche in termini di protezione perché la pirateria non ha come conseguenza il solo costo dei riscatti da pagare per liberare gli eventuali ostaggi, bensì anche gli esborsi derivanti dalla diversione delle rotte marittime commerciali e dagli accresciuti costi assicurativi. Allo stesso tempo, questo tipo di attività criminale è portatrice di ingenti capitali che spesso i signori della guerra reinvestono in proprietà immobiliari in Kenya e in Etiopia.

Il contesto somalo fa sì che i network della pirateria sviluppino solidi legami con il terrorismo fondamentalista yemenita e della Somalia stessa, costituendo in molti casi delle vere e proprie organizzazioni terroristiche dedite all’assalto delle imbarcazioni mercantili in alto mare e possiamo immaginare quanto sia fatale l’incontro tra interessi di organizzazioni criminali.

Ricordiamo come la posizione geografica e un’economia fortemente dipendente dalle rotte commerciali via mare, facciano dell’Ue una potenza marittima di primo piano a livello globale e gli interessi di difesa commerciale, economica ed energetica (in poche parole, gli interessi geopolitici) dell’Unione si estendono almeno fino all’Oceano Indiano.

Al fine di contrastare le azioni di pirateria, sono già decine le imbarcazioni impiegate nella parte occidentale dell’Oceano Indiano, tra le quali quelle americane e il quadro Nato in tal senso è da definire meglio: nonostante tutto, non saremmo di fronte ad una sufficiente risposta militare o più in generale di difesa e deterrenza nei confronti del pericolo costituito dai pirati.

Il 22 agosto 2008 la coalizione navale multinazionale denominata Combined Task Force 150 (CTF 150), costituita in funzione antiterroristica dopo l’11 settembre per pattugliare i mari dell’Arabia Saudita e le coste africane, ha creato nel Golfo di Aden il Maritime Safety Protection Area (MSPA), corridoio ampio otto miglia nautiche e lungo cinquecentomila. L’Europa non è stata ferma a guardare e il 13 dicembre dello stesso anno le forze navali NAVFOR hanno cominciato ad essere impegnate nella succitata Operazione Atalanta al largo delle coste somale con lo scopo ufficiale di proteggere gli approvvigionamenti forniti dalle imbarcazioni del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite e di reprimere le azioni di pirateria che troppo spesso avevano avuto come vittime privilegiate proprio i rifornimenti umanitari inviati dall’Onu. In passato sappiamo come siano state moltissime le operazioni inquadrabili nel contesto della Politica Estera e di Sicurezza Ue che abbiano servito gli interessi europei solo indirettamente. Non così nel caso dell’Operazione Atalanta, prima operazione navale dell’Unione a battere bandiera Ue allo scopo di difendere in modo diretto (e non più indiretto) gli interessi degli Stati membri dell’Unione.

La reazione di Parigi al fenomeno della pirateria è stata pronta e, dopo un attacco ad un’imbarcazione battente bandiera francese nell’aprile 2008, vi fu un poderoso raid contro i responsabili dell’azione, evento al quale seguì tra l’altro la forte eco del fenomeno sulle televisioni di tutto il mondo; la Risoluzione del Consiglio Onu 1816 fu ampiamente sollecitata dalla stessa Francia: il principale organo decisionale dell’Onu autorizzava così azioni contro la pirateria lungo le coste della Somalia, promovendo la creazione di una forza navale internazionale.

Allo stesso modo, uno dei più impressionanti cambiamenti di rotta di questo secolo nella sicurezza e nella politica di difesa della Germania è stata la partecipazione di Berlino ad operazioni navali distanti dalle acque territoriali tedesche, già impiegate in altre imprese extraterritoriali.

Lo stesso impegno degli Stati Uniti è alto e intenso in termini militari e si allarga fino al vicino Yemen, avendo come base di partenza per le operazioni il Bahrein.

Non è difficile comprendere quanto strategiche siano le acque comprese tra il Canale di Suez e il Golfo di Aden, dove transitano i traffici commerciali di tutto il pianeta e dove i Paesi coinvolti dal punto di vista degli interessi economici e commerciali appartengono a diverse sfere geopolitiche, da Hong Kong agli Stati Uniti, passando per Ucraina e Cina – quest’ultima con problemi legati alla pirateria da fronteggiare anche nelle acque circostanti le proprie coste.

Ancora, sembrerebbe che la pirateria sia persino rischiosa per l’ecosistema dei mari: i pirati difatti colpiscono spesso con i colpi di pesanti armi da fuoco le cisterne di greggio che capitano nelle loro grinfie.

Per non parlare poi del pericolo che gli attacchi costituiscono per gli aiuti umanitari delle Nazioni Unite, mancando i quali la Somalia andrebbe incontro al disastro umanitario.

Inoltre, bisogna dire che la pirateria nel Corno d’Africa costituisce una minaccia in termini di sicurezza degli approvvigionamenti energetici verso l’Europa.

Grande attenzione dovrà essere prestata da Europa e Usa anche ai problemi interni alla Somalia dove l’ala fondamentalista islamista, che già ha imposto la sharia nel Paese, si contrappone alle bande dei pirati. E’ pur vero come la stessa presenza di consolidate formazioni fondamentaliste nel già tormentato territorio somalo non potrebbe necessariamente garantire dei proficui rapporti internazionali di Mogadiscio, visto e considerato anche che il vicino Yemen è afflitto da problemi di terrorismo e che in Sudan un governo parimenti fondamentalista e dai legami internazionali ambigui potrebbe fomentare eventuali iniziative antioccidentali lungo il Corno d’Africa: la Somalia, insomma, si vedrebbe stretta in una pericolosa morsa, da Est e da Ovest.

Non dobbiamo trascurare affatto le continue azioni dei dirottatori nei mari africani proprio in ragione del fatto che tale fenomeno è veicolo di fenomeni criminali, finanziari e non, di vasta portata e ha determinato – è proprio il caso di dirlo – un cambio di rotta della geopolitica delle principali potenze occidentali e, in particolare, dell’intera Unione Europea.


LA RINASCITA DELLA PIRATERIA


Recentemente, la pirateria è risorta. Secondo alcuni dati elaborati da Biorn Moller (Piracy, Maritime Terrorism and Naval Strategy, DIJS Report 2009:02) tra il 2003 e il 2007 la media annuale di attacchi dei pirati ammonta a 310. I dati relativi al 2008 sono egualmente inquietanti: secondo l’International Maritime Bureau nel 2008 si sono verificati nel mondo 293 attacchi, la maggior parte dei quali nel Golfo di Aden e al largo della Somalia, ma anche al largo del Delta del Niger (altra zona pericolosa).

Per il Corno d’Africa, le cause vanno attribuite alla mancanza di un’adeguata sorveglianza delle rotte marittime e in particolare alla situazione di anarchia esistente in Somalia. Durante il breve periodo in cui le Corti Islamiche hanno detenuto il potere in Somalia, gli atti di pirateria sono calati. Ma dopo l’intervento dell’Etiopia sono ripresi. È la terra che controlla il mare e non viceversa. La mancanza di un’autorità effettiva rende impossibile il controllo delle acque costiere e il governo transitorio della Somalia (Transitional Federal Government, TFG) non gode di effettività. La situazione è appena migliore nell’ex-Somalia britannica (Puntland).



La Pirateria somala



Pirati somali armati di fucili d'assalto e lanciarazzi tengono in ostaggio l'equipaggio della M/n Faina, carica di carrarmati T-72 e relative parti di ricambio, armi e munizioni.



Navi assegnate alla Combined Task Force 150.


Il riscatto per la liberazione della petroliera Sirius Star viene paracadutato sul ponte di coperta della nave.


Mappa dell'area sotto l'influenza dei pirati somali


Scudetto dell'EU Navfor Somalia, impegnata nell'operazione Atalanta.

La pirateria al largo delle coste somale è una minaccia costante alla navigazione tra Europa, Corno d'Africa e Asia, fin dall'inizio della guerra civile somala nei primi anni 90 del XX secolo.

La Storia

Nei primi anni 90, in seguito allo scoppio della guerra civile in Somalia e alla mancanza di un potere centrale, maturarono le condizioni ideali per la nascita della pirateria lungo le coste del Corno d'Africa. Fin dal crollo del governo centrale numerose barche da pesca straniere violavano il confini marittimi somali e prima del coinvolgimento delle milizie e degli uomini d'affari, i pirati erano principalmente interessati a garantire il rispetto dei confini nazionali.

Dal 2005 molte organizzazioni internazionali, come l'Organizzazione Mondiale del Commercio e l'Organizzazione marittima internazionale, hanno espresso la loro preoccupazione per i rischi economici e sociali causati dalla pirateria. Per contrastare questa minaccia è stata creata una task force navale internazionale denominata Combined Task Force 150, che si assume il compito di contrastare militarmente l'azione dei pirati.

Nel 2006 si registrò un lieve calo della pirateria in seguito all'attività dell'Unione delle Corti Islamiche. Tuttavia in seguito alla guerra in Somalia, sempre nel 2006 c'è stato un ulteriore incremento della pirateria.

Il governo del Puntland ha dimostrato di prendere in seria considerazione la lotta alla pirateria. Nel maggio 2008 i guerriglieri islamici che si oppongono al Governo Federale di Transizione somalo hanno attaccato i pirati.

Nel giugno 2008 il governo somalo ha inviato una lettera con la quale richiedeva l'aiuto della comunità internazionale nell'affrontare atti di pirateria contro le navi che passano al largo delle coste somale. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato varie risoluzioni sulla pirateria somala, tramite le quali viene consentito alle nazioni cha hanno preso accordi con il governo federale transitorio somalo, di entrare nelle acque territoriali e sul territorio somali per inseguire i pirati. Questa autorizzazione, sostenuta da Francia, Stati Uniti e Panamá, durerà 12 mesi. La Francia aveva inizialmente proposto di includere nella mozione anche altre zone con problemi di pirateria, come l'Africa occidentale, ma questo ha sollevato le proteste di Cina, Libia e Vietnam, che hanno voluto che l'iniziativa riguardasse solamente le acque somale.

La Russia nel settembre 2008 ha annunciato di voler contribuire allo sforzo internazionale nella lotta contro la pirateria. Tuttavia è stato anche comunicato che la Marina Militare Russa condurrà autonomamente le proprie operazioni.

Episodi famosi

Nonostante il grande dispiegamento di forze da parte delle varie marine nazionali interessate, il fenomeno è molto diffuso e nel corso del 2009 si è spostato verso le acque più profonde, minacciando navi a centinaia di km al largo delle coste somale.

Il 25 aprile 2009 al largo delle coste somale un'imbarcazione di pirati tenta di abbordare una nave da crociera italiana, la MSC Melody, con 991 passeggeri a bordo, ma il comandante Ciro Pinto riesce con delle manovre evasive a sfuggire, nonostante i pirati sparino con i Kalašnikov.

Fino al 24 marzo 2010, nessun pirata era mai stato ucciso da equipaggi delle navi attaccate, che sempre più spesso imbarcano guardie private ma che fino ad ora avevano sempre usato armi non letali al solo scopo di deterrenza. In tale data, guardie a bordo della MV Almezaan, un cargo con bandiera panamense ma con proprietà negli Emirati Arabi Uniti hanno reagito con successo ad un attacco e successivamente allertato una nave di pattuglia nella zona, il cui elicottero ha trovato l'imbarcazione attaccante con sette uomini a bordo, uno dei quali ucciso dal fuoco di armi leggere. Un portavoce della forza navale dell'UE ha dichiarato una preoccupazione per la possibile recrudescenza degli attacchi, che fino ad ora hanno fatto un solo morto tra gli equipaggi delle centinaia di navi abbordate.

L'8 febbraio 2011 la petroliera italiana Savina Caylin da 105.000 t è stata sequestrata da pirati somali 500 miglia al largo delle coste africane, a metà strada con la costa indiana. La nave è stata rilasciata solo a fine dicembre 2011. Il 27 dicembre è stata sequestrata la nave Enrico Ievoli.

Altro attacco il 15 gennaio 2012 alla cisterna italiana Valdarno, sventato da una squadra della Marina Militare italiana dopo che l'equipaggio aveva dato l'allarme via radio e si era rifugiato nella cittadella (il locale blindato della nave) in attesa dei soccorsi. La fregata Grecale ha inviato immediatamente il suo elicottero di bordo, e raggiunta la nave l'ha abbordata fermando poi un sambuco ed arrestando un totale di 21 pirati, 10 yemeniti e 11 somali.

Incidente il 15 febbraio 2012, a circa 20 miglia nautiche dalla costa dell'India meridionale, Stato di Kerala, nel quale il distaccamento di protezione naviglio (DPN) a bordo della petroliera NM Enrica Lexie ritiene di aver sventato un tentativo di abbordaggio, sparando e mettendo in fuga un battello avvicinatosi alla nave. Secondo l'India, invece, la scorta avrebbe sparato ad un peschereccio indiano causando la morte di due pescatori. In ogni caso, nell'episodio, un battello civile di piccole dimensioni si sarebbe trovato a distanza molto ravvicinata, fino ad un minimo di 100 iarde cioè meno di 300 m, con la petroliera da 100.000 tonnellate di stazza lorda e 244 m di lunghezza. A seguito di questo attacco vengono arrestati in India Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, due sottufficiali italiani dei Nuclei militari di protezione a bordo della nave in servizio antipirateria e sono ancora detenuti a Delhi. L'episodio ha causato la crisi diplomatica fra India e Italia del 2012-2013.


Descrizione e caratteristiche del fenomeno



Pirati somali armati di fucili d'assalto AKM, lanciarazzi RPG-7 e pistole semi-automatiche.

La maggior parte dei pirati ha tra i 20 e i 35 anni e proviene dalla regione del Puntland, nel nord-est della Somalia. L'East African Seafarers Association stima che ci siano almeno cinque bande di pirati e un totale di 1.000 uomini armati. Secondo un rapporto della BBC, i pirati possono essere suddivisi in tre categorie principali:

• pescatori, considerati il cervello delle operazioni dei pirati grazie alla loro abilità e alla profonda conoscenza del mare. Molti di essi pensano che le barche straniere non abbiano diritto di navigazione vicino alla riva.

• Ex-miliziani che in precedenza hanno combattuto per i signori della guerra dei clan locali, o ex-militari dell'ex governo di Siad Barre.

• Esperti tecnici, che operano con attrezzature anche sofisticate quali dispositivi GPS.

I pirati che sono pescatori hanno dichiarato più volte di ritenere le navi straniere una minaccia per l'economia locale. Dopo aver visto la rendita legata alla pirateria, visto che di solito vengono pagati dei riscatti per il rilascio delle navi o delle persone, i signori della guerra hanno iniziato a facilitare le azioni di pirateria, dividendo gli utili con i pirati.

Sebbene il Governo Federale di Transizione somalo abbia compiuto alcuni sforzi nella lotta alla pirateria consentendo a navi militari straniere di pattugliare ed eseguire operazioni militari nelle acque somale, tuttavia questi permessi non sono sempre rilasciati dal governo di Mogadiscio, costringendo le navi da guerra straniere ad interrompere la caccia ai pirati.

Molti membri dei gruppi di pirati del Puntland hanno ricevuto una accurata formazione sull'utilizzo delle armi, dei motori delle navi e della navigazione in generale da diverse compagnie di sicurezza occidentali, come la Som Can, che sono state assunte dal governo del Puntland. Esse hanno inizialmente insegnato ai locali come proteggere i pescatori e sono state anche autorizzate dal governo a vendere licenze di pesca per i pescatori stranieri. Tutte le aziende sono andate in bancarotta o sono state costrette ad abbandonare lasciando molti marinai qualificati senza occupazione; molti di questi hanno poi formato il nucleo dei gruppi di pirati. Secondo Globalsecurity.org, ci sono quattro gruppi principali che operano al largo delle coste somale. La National Volunteer Coast Guard, comandata dal Garaad Mohamed, specializzata  nell'intercettare piccole imbarcazioni e navi da pesca intorno a Chisimaio sulla costa meridionale. Il gruppo di Marka, sotto il comando di Yusuf Mohammed Siad Inda'ade, è costituito da diversi gruppi sparsi e meno organizzati che operano intorno alla città di Merca. Il terzo gruppo significativo è composto da tradizionali pescatori somali che operano in tutto il Puntland e si riferiscono al Gruppo di Puntland. L'ultimo gruppo è costituito dai cosiddetti "marines somali" (Somali Marines), noto per essere il più potente e sofisticato dei gruppi di pirati potendo contare su una struttura militare, un ammiraglio della flotta, un ammiraglio, un vice-ammiraglio e un capo delle operazioni finanziarie.

L'attacco tipico dei pirati somali è stato analizzato e mostra che, anche se gli attacchi possono avvenire in qualsiasi momento, la maggior parte di essi si verifica durante il giorno, spesso nelle prime ore. L'attacco inizia con piccole ed agili barche che possono raggiungere una velocità massima di 25 nodi. Con l'aiuto di imbarcazioni d'appoggio, che includono barche da pesca e imbarcazioni mercantili precedentemente catturate, il raggio di azione dei pirati è aumentato di gran lunga fino ad estendersi all'Oceano Indiano. Una nave attaccata viene affrontata di fianco o da poppa, e sono usate armi di piccolo calibro per intimidire l'operatore di macchina affinché rallenti e consenta l'attracco. Vengono utilizzate scale pieghevoli per salire a bordo, poi i pirati cercano di ottenere il controllo del ponte per prendere il controllo operativo della nave.

Il termine somalo più vicino al significato di "pirata" è burcad badeed, che significa letteralmente "ladro dell'oceano". Ma i pirati stessi preferiscono essere chiamati badaadinta badah, o "salvatori del mare", sostenendo che le loro azioni vengono messe in pratica per la difesa delle acque territoriali somale.


Operazioni contro la pirateria somala

Operazione Ocean Shield


Logo dell'Operazione Scudo nell'Oceano.

L’Operazione Ocean Shield è il contributo della NATO agli sforzi internazionali posti in essere per reprimere il fenomeno della pirateria al largo del Corno d'Africa, mediante la presenza dei gruppi navali SNMG1 SNMG2 che si alternano in Oceano Indiano dalla fine del 2008. La Marina Militare Italiana assicura la continua partecipazione di una propria unità navale allo SNMG2.

In seguito alle decisioni assunte dai Ministri della Difesa della NATO il 9 ottobre 2008, lo SNMG2 il 15 ottobre inizia il trasferimento dal Mediterraneo verso l’Oceano Indiano per assicurare il regolare flusso in Somalia degli aiuti umanitari del World Food Programme (WFP), il programma alimentare delle Nazioni Unite, attraverso la scorta dei mercantili interessati e, al contempo, svolgere attività anti-pirateria davanti alle coste somale, dando così inizio all’Operazione “Allied Provider”, che si evolve prima nell’Operazione “Allied Protector” e successivamente nell’Operazione “Ocean Shield”.



Operazione Eunavfor Atalanta




ATALANTA è il nome dell'operazione navale dell’Unione Europea per prevenire e reprimere gli atti di pirateria marittima lungo le coste della Somalia in sostegno alle Risoluzioni 1814, 1816, 1838 e 1846 adottate nel 2008 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il suo mandato consiste nel proteggere le navi mercantili che transitano da e per il Mar Rosso ed inoltre svolge attività di scorta alle navi mercantili del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, incaricate di consegnare aiuti alimentari in Somalia.

Le navi dell’Unione Europea operano in una zona che comprende il Golfo di Aden, il Corno d'Africa e l’Oceano Indiano fino alle Isole Seychelles.

Visto il successo conseguito con la riduzione degli attacchi è stata prorogata fino al dicembre 2014


L'impegno italiano


L'impegno italiano nella lotta alla pirateria è iniziata con la partecipazione dal 20 ottobre al 15 dicembre 2008 del cacciatorpediniere Durand de la Penne, cui ha fatto seguito in ambito SNMG2 la partecipazione della fregata Libeccio che vi ha preso parte nel periodo giugno dicembre 2009, prima nell'ambito di NATO "Allied Protector" dal 29 giugno al 18 agosto e da questa data in ambito NATO "Ocean Shield" fino al 14 dicembre, che nel corso della missione ha percorso oltre 40000 miglia, sventando tre attacchi di pirati verso navi mercantili e soccorrendo un peschereccio somalo alla deriva con tre persone a bordo. Nell'ambito di NATO "Ocean Shield" hanno fatto seguito le partecipazioni della fregata Scirocco dal 12 marzo 2010 al 17 giugno 2010 in ambito SNMG2 e dai 1º ottobre 2010 del pattugliatore Bersagliere in ambito SNMG1.

Il contributo dell'Italia alla lotta alla pirateria vede anche la partecipazione della Marina Militare alla Operazione Atalanta guidata dell’Unione Europea.
Nel 2011 il Parlamento italiano approva la costituzione dei Nuclei militari di protezione, unità militari specializzate, inquadrati nel 2º Reggimento "San Marco", imbarcati su navi mercantili e passeggeri italiane negli spazi marittimi internazionali a rischio di pirateria.

Rapporto sulla Pirateria in Somalia e negoziazione operativa


La pirateria marittima – brevi cenni

La pirateria marittima è un crimine caratterizzato dal compimento di atti di violenza e depredazione nonché dal rapimento con detenzione di ostaggi commesso dall'equipaggio o dai passeggeri di una nave contro un'altra nave . Il fenomeno in Somalia è determinato dalla mancanza di sorveglianza istituzionale delle acque prospicienti le coste. Ci troviamo, infatti , in presenza di uno stato senza struttura che non riesce a mantenere l’ordine nel proprio territorio e di conseguenza non può impedire atti di banditismo in mare. Se il paese fosse “ istituzionalmente strutturato ” le forze marittime dello stesso certamente risulterebbero impegnate in azioni di polizia volte ad impedire il perpetrarsi del fenomeno. Non ci si vuole dilungare sulle problematiche politiche della Somalia , argomento di cui si è ampiamente dibattuto , basterà in questa sede rimarcare come interessi economici ed anarchia facciano da padroni nel panorama geopolitico del Corno d’Africa .

I gruppi operativi in Somalia – “Pirati Organizzati”

I quattro principali gruppi di pirati che operano lungo le coste somale sono:

1. Il National Volunteer Coast Guard (NVCG), comandato da Garaad Mohamed, specializzato nell’ intercettare piccole imbarcazioni e pescherecci intorno Chisimaio sulla costa meridionale.

2. Il Marka, sotto il comando di Sheikh Yusuf Mohamed Siad (noto anche come Yusuf Indha'adde), è costituito da diversi gruppi non eccessivamente organizzati che operano intorno alla città di Marka.

3. Il terzo gruppo è composto da pescatori somali che operano in tutto il Puntland – c.d gruppo Puntland.

4. I Somali Marines : sono la più potente e sofisticata organizzazione di pirateria. Guidati dal signore della guerra Mohamed Abdi Afweyne. Il gruppo Somali Marines è dotato di una struttura militare e di un organizzazione di gestione delle c.d. operazioni finanziarie. fonte Globalsecurity.org


Profilo del Pirata Somalo

La maggior parte dei pirati ha un età tra i 20 e i 35 anni e proviene dalla regione del Puntland nel nord-est della Somalia.

I pirati possono essere suddivisi in tre categorie:

1. pescatori, considerati il braccio delle operazioni grazie alla loro abilità e alla profonda conoscenza del mare.

2. Ex-miliziani che in precedenza hanno combattuto per i signori della guerra dei clan locali o che sono ex-militari dell'ex governo di Siad Barre.

3. Esperti tecnici, che operano con attrezzature anche sofisticate che hanno ricevuto una accurata formazione sull'utilizzo delle armi, dei motori delle navi e sulla navigazione da compagnie di sicurezza occidentali presenti negli anni passati sul territorio in quanto sotto contratto con il governo del Puntland.


Modalità dell’attacco di pirateria

Solitamente i pirati utilizzano una nave madre, che fa da base e quartier generale: da qui entrano in azione i commandos, a bordo di skiff, piccole barche veloci, armati di mitragliatori AK 47 e lanciarazzi. Il modus operandi è sempre lo stesso : i pirati sparano alcuni colpi per chiarire le loro intenzioni, si arrampicano sulla nave presa di mira, ne prendono possesso e sequestrano l’equipaggio. L'attacco si verifica durante il giorno, spesso nelle prime ore del mattino.


Modalità operative dell’attacco

a) per effetto dell’utilizzazione di imbarcazioni d'appoggio, gli attacchi avvengono ben al di fuori del limite delle 12 miglia territoriali della Somalia;

b) l'attacco inizia con l’approssimarsi alle navi di piccole ed agili barche che possono raggiungere una velocità di oltre 25 nodi

c) la nave viene affrontata di fianco o da poppa e sono usate sempre armi di piccolo calibro (armi automatiche e lanciagranate a razzo a propulsione) per intimidire l'operatore di macchina affinché rallenti e consenta l'abbordaggio;

d) vengono poi utilizzate scale pieghevoli per salire a bordo, a questo punto i pirati cercano di ottenere il controllo del ponte con la finalità di avere il controllo operativo della nave;

e) la nave viene quindi dirottata in una rada amica e da qui parte la trattativa per il riscatto.Le principali zone ove vengono posizionate le navi sequestrate si trovano ad Eyl e Harardhere.

Eyl è un’antica ansa portuale della regione autonoma del Puntland che dal 2000 è diventata una delle capitali della pirateria moderna. Più a Sud, nella provincia di Mudugh, c’è Harardhere: qui, nel maggio 2010 i membri del partito integralista islamico «Hizbul Islam» hanno conquistato il porto, mettendo apparentemente in fuga i nuovi filibustieri. In realtà c’è piu’ di un indizio ( la petroliera italiana «Savina Caylyn» era tenuta dai pirati proprio nella rada di Harardhere) che porta a pensare che i pirati siano il “rovescio della medaglia” dei gruppi militanti islamici legati a fazioni salafite in aperta collaborazione con Al Qaida.


Navi dirottate e marittimi sequestrati

Il 21 dicembre 2011 i responsabili dell’operazione antipirateria dell’Unione Europea, “Atalanta”, avevano contato 200 persone in mano ai pirati somali. A questi vanno aggiunti i 22 membri dell’equipaggio della «Enrico Ievoli». Dunque, i pirati dispongono attualmente di 222 ostaggi. Tale conteggio è quasi coincidente con quello elaborato dall’ International Maritime Bureau, che al 16 dicembre 2011 indicava 176 ostaggi e 10 navi in mani somale. Nel 2011 sono stati 232 gli attacchi riportabili ai filibustieri somali, 26 le navi sequestrate, 450 i marittimi. Dal dicembre 2008, periodo in cui ha avuto inizio l’operazione antipirateria dell’Unione europea, sono stati 2.317 i marittimi presi in ostaggio. La durata media della prigionia è di circa 5 mesi, il record è stato 19 mesi. Almeno 60 ostaggi sono morti durante la detenzione. Molti altri sono stati torturati o hanno subito abusi e violenze. Il costo medio di un riscatto per nave ed equipaggio è di circa 8 milioni di dollari. Nel 2010 sarebbero stati versati circa 150 milioni di dollari in riscatti Dall’analisi di tali dati risulta quindi evidente il business sotteso alle azioni di pirateria. In questa operazione commerciale “altamente remunerativa” e relativamente pericolosa per chi la commette, si inseriscono - in forma più o meno indiretta - gli interessi delle assicurazioni che hanno aumentano i premi di rischio per le navi che incrociano a largo della Somalia , oltre che quelli dei contractors che si accingeranno nel 2012 ad allestire la prima flotta privata antipirateria (a gestire questa flotta la società britannica Convoy Escort Programme Ltd. sostenuta e finanziata dai Jardine Lloyd Thompson Group Plc di Londra).

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Negoziazione operativa e recupero degli ostaggi in Somalia.

Tale la situazione che si presenta ad un negoziatore che si accinge ad operare in un area così’ delicata .Evidenti le possibili intrusioni che possono determinare il fallimento dell’operazione. In un simile panorama risultano poco applicabili i protocolli di negoziazione operativa, che si adoperano normalmente ( prot. FBI ) ed è evidente come gli stessi debbano essere adattati alla situazione geopolitica di riferimento. In primo luogo risulta utile ricordare che il compito di un buon negoziatore è quello di “salvare le vite umane in pericolo: quelle degli ostaggi e quelle dei sequestratori” - cit. D. Bellomo e dunque lo stesso non deve mai essere influenzato da personali valutazioni politiche o religiose. Tenendo presente gli elementi descritti si può affermare che un professionista della negoziazione, in un tale contesto operativo, deve conoscere alla perfezione la realtà in cui opera al fine di prevenire le eventuali insidie che potrebbero interferire nell’attività volta alla liberazione degli ostaggi. In tale ottica l’autore di questo rapporto ha ritenuto di poter riadattare al caso concreto i protocolli d’intervento esistenti.

L’operazione: La negoziazione si innesta in un ciclo operativo costituito per lo più da quattro componenti più una fase solo eventuale : quella dell’assalto.

1. Attività di intelligence generica. Questa fase inizia ben prima della prima comunicazione con i sequestratori. Se si è in possesso delle identità dei dirottatori o della loro affiliazione terroristica, si potrà procedere alla raccolta di informazioni su eventuali precedenti da parte degli elementi coinvolti, onde stilare un profilo psicologico al fine di anticiparne le mosse.

2. Unità di crisi. L'unità di crisi ha la responsabilità della gestione di tutti i soggetti coinvolti, facendo proprio il compito di giungere ad una risoluzione pacifica della situazione. Essa dovrà essere composta esclusivamente da personale con interesse diretto negli eventi contingenti. Stiamo, quindi, parlando dei responsabili dei servizi segreti, delle forze di polizia, delle forze armate e dei servizi di emergenza, oltre che di un' alta carica dello Stato (quale il Ministro degli Interni) e di eventuali rappresentanti diplomatici. Al suo interno sarà presente una team di negoziazione.

3. TEAM di negoziazione. Ha la funzione di mantenere aperto un contatto con i sequestratori onde valutare le richieste e le motivazioni degli stessi nonché la situazione che regna a bordo. Il Team ha inoltre il compito (gravoso e assolutamente eventuale) di guadagnare tempo al fine di permettere alle squadre d' assalto di pianificare un eventuale raid. Laddove le richieste dei sequestratori non possano essere soddisfatte o esista un serio pericolo per la incolumità degli ostaggi si renderà necessario un intervento armato. Gli eventi che possono far scattare il piano di liberazione da parte delle unità d' assalto sono di solito. l'uccisione di più di un ostaggio.

4. Attività di Intelligence in loco. E’ resa possibile grazie alle informazioni fornite da eventuali collaboratori (pirati pentiti) che potranno essere reclutati attraverso l’utilizzazione dello schema soldi/ stima con i negoziatori . In tale fase si dovranno ricercare le seguenti informazioni: - numero dirottatori, loro armamento ed ubicazione; - numero esatto degli ostaggi a bordo e loro ubicazione; - presenza o meno di esplosivi; - possibilità di raggruppare i sequestratori sul ponte di comando per farli discutere con il negoziatore onde distrarli in caso di attacco.

5. Allestimento (comunque) del dispositivo d'assalto: una o più squadre d' assalto adeguatamente equipaggiate saranno sempre pronte ad intervenire nel caso gli eventi precipitassero. L'unità d'intervento potrà provenire da forze speciali addestrate ad hoc. Contemplabile la presenza di uno o più consiglieri facenti parte di unità militari straniere con pregressa e maggiore esperienza nel campo. b) Il negoziatore operativo Modalità di svolgimento della trattativa con soggetti di cultura islamica L’approccio che deve essere adottato con soggetti sequestratori di cultura islamica , come i pirati somali, dovrà essere improntato alla delicatezza con mano ferma e deve mirare a dar luce positiva al diavolo occidentale che per cultura locale è infido e sempre disposto al tradimento. In tal guisa le indicazioni che seguono sono state “edulcorate” da forme di rambismo. La negoziazione operativa in ambienti a rischio può essere definita “arte della comunicazione gentile”. Quello che segue è un esempio della detta modalità:

1 Pianificare con calma. La parte più importante del negoziato sta nel prendere tempo per esaminare la situazione e pensare al piano da adottare .

2 Essere flessibili. Considerare una vasta gamma di opzioni e risultati senza fossilizzarsi su di un'unica soluzione. Il negoziatore deve essere aperto alle idee e deve evitare di rinchiudersi nel raggiungimento di un unico risultato.

3 Cercare punti in comune con i sequestratori. Utilizzare un atteggiamento di cooperazione e diminuire i sentimenti di resistenza dei sequestratori.

4 Affrontare i problemi dal più importante al meno importante. Il raggiungimento di un accordo sulle questioni più importanti rende le meno importanti più facili da risolvere.

5 Scoprire ciò di cui i sequestratori hanno bisogno nell’immediatezza. Avere alternative - creative - pronte se non si può dare loro quello che chiedono.

6 Essere disposti a scendere a compromessi. Negoziare tenendo in considerazione un elenco di cose che si è disposti a sacrificare per raggiungere  l’ accordo.

7 Evitare comportamenti di opposizione quali: gli atteggiamenti intimidatori o aggressivi, il sarcasmo, il parlare a voce alta. Al contrario: comunicare gentilezza, amicizia, collaborazione, ragionevolezza e candore.

Si ritiene che un negoziatore, in attività in zone a rischio, non debba necessariamente tenere conto di un protocollo di intervento predefinito , ma debba essere capace di valutare la necessità del momento ritrovandosi a dover “fare i conti” con vite che dipendono dalle proprie scelte, tanto e maggiormente quando si tratta con personaggi che - per tradizione, ambiente culturale e credo religioso - risultino antitetici rispetto alla mentalità occidentale. Il negoziatore operativo in ambiente arabo-islamico, quale appunto quello somalo, per ottenere il miglior risultato (portare a casa gli ostaggi senza colpo ferire) dovrà “ragionare” abbandonando le logiche comportamentali occidentali.



 
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