L’evolversi della pirateria - FRATELLI DELLA COSTA - ITALIA Tavola di Messina

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L’evolversi della pirateria

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I PIRATI DELL’ANTICA GRECIA E NELL’IMPERO ROMANO




Il Mar Mediterraneo vide sorgere e consolidarsi alcune fra le più antiche civiltà del mondo, ma, nello stesso tempo, le sue acque erano percorse anche da "predoni del mare".

L'Egeo, un "golfo" orientale del Mediterraneo e culla della civiltà greca, era un luogo ideale per i pirati, che si nascondevano perfettamente tra le migliaia d’isole e insenature, dalle quali potevano avvistare e depredare le navi di passaggio, le azioni di pirateria erano inoltre rese meno difficoltose dal fatto che le navi mercantili navigavano vicino alla costa e non si avventuravano mai in mare aperto; l'attesa dei pirati, su una rotta battuta da navi cariche di mercanzie, era sempre "ricompensata" da un facile bottino, i pirati attaccavano spesso i villaggi, e ne catturavano gli abitanti per chiedere un riscatto o per rivenderli come schiavi.

Man mano che le città-stato della Grecia crebbero in potenza, attrezzarono delle navi scorta per difendersi dalle azioni di pirateria; nel VII e VI secolo a.C. i Fenici svilupparono un traffico marittimo molto intenso, che aveva le sue basi nelle città di Tiro e Sidone (nell'attuale Libano), le loro navi mercantili trasportavano materie pregiate come argento, stagno, rame e ambra, in tutto il Mediterraneo.

I pirati greci rappresentavano una seria minaccia per le navi fenicie, e le galee da guerra servivano per difendere le attività commerciali. Nel 694 a.C. il re assiro Sennacherib (705-682 a.C.) dichiarò guerra ai pirati Caldei, che si erano rifugiati nel suo regno, sulle coste d’Elam, nella parte settentrionale del Golfo Persico, la campagna fu un successo, e pose fine alle loro scorribande.

"Entra in porto e scarica le tue merci, sono già vendute!" con questo "slogan" il porto Egeo di Delo attirava sia le navi mercantili sia quelle dei pirati, faceva parte del grande dominio romano, che registrò il suo apice fra il 200 a.C. e il 476 d.C.. Nel mercato di Delo i pirati vendevano schiavi rapiti e le merci rubate a mercanti romani che non facevano domande.

Nel I secolo a.C. i pirati divennero un vero flagello per le navi mercantili del Mediterraneo e, quando cominciarono a minacciare le importazioni di grano, Roma decise di porne un freno; nel 67 a.C. un'imponente flotta condotta da Pompeo Magno riuscì ad accerchiare i pirati, mentre l'esercito piombava nella loro base in Cilicia. Questa campagna risolse i problemi immediati di Roma, ma non riuscì a liberare i mari dalle scorribande dei pirati.

Le "Trireme" erano le navi da guerra romane utilizzate per combattere i pirati ed erano simili alle galee greche, si trattava probabilmente d’agili triremi mosse da rematori su tre ordini sovrapposti, armate con una prua a rostro; queste imbarcazioni leggere erano facili da manovrare nelle acque tranquille del Mediterraneo, il loro nome significa appunto "tre file di remi".

Verso il 75 a.C. il giovane Giulio Cesare fu catturato dai pirati, mentre si stava recando a Rodi per studiare, e tenuto prigioniero su un'isoletta ionica per più di cinque settimane, fino a quando il suo riscatto fu pagato; dopo il rilascio, Cesare si vendicò catturando i suoi rapitori e facendoli crocifiggere.

Sesto Pompeo (67-36 a.C.), figlio del grande Pompeo Magno, diventò "pirata" per combattere Ottaviano, suo rivale politico e dalle basi in Sicilia, depredava le coste italiane, fino al momento in cui fu sconfitto da Ottaviano.

Mentre il Mediterraneo era abbastanza tranquillo per le navi romane, il Golfo Persico era, al contrario, un luogo dai mille pericoli, il re Sapur II di Persia (309-379 d.C.) combatté una guerra spietata contro i pirati; soprannominato Zulaklaf, che significa "signore delle spalle", ci narra la leggenda, che fosse solito bucare le spalle dei pirati catturati, per poi legarli insieme, come le perle di una collana.


I PREDONI DEL NORD




Quando, nel IX secolo, era avvistata la vela di una nave vichinga, un brivido di terrore correva tra le genti dell'Europa settentrionale, era il segnale che i temibili pirati vichinghi sarebbero presto sbarcati      portando morte e distruzione, depredando e razziando tutti i villaggi dell'entroterra.

Sin dai tempi antichi le tribù delle coste della Scandinavia vivevano, assaltando i mercantili di passaggio, e quando cominciarono ad avventurarsi in pieno oceano fu naturale per loro saccheggiare anche le   coste.

I Vichinghi erano abili costruttori di navi, le loro imbarcazioni potevano navigare in mare aperto, al contrario delle altre che potevano solo costeggiare, avevano carene rinforzate per evitare i danni causati dalle grosse ondate, erano leggere, veloci e facili da governare; arrivate in vista delle coste, le imbarcazioni da guerra a chiglia piatta potevano attaccare ovunque, tutte queste caratteristiche rendevano le incursioni dei Vichinghi devastanti, le loro imbarcazioni apparivano all'improvviso e i guerrieri sbarcavano a terra con la velocità di un fulmine, per intimidire i loro nemici. I Vichinghi decoravano le navi con degli scudi, che più tardi ornarono con oro e argento; per i guerrieri vichinghi la  gloria in battaglia era tutto e la ferocia dei loro attacchi divenne leggendaria. L'aspetto selvaggio dei Norvegesi alimentava la loro reputazione, attaccavano con grandi spade a doppio taglio e con l'ascia, che era l'arma bianca preferita; nelle mani di un guerriero esperto, la grand’ascia poteva abbattere un uomo con un colpo solo. Per la battaglia in mare i Vichinghi utilizzavano un'ascia più piccola, più maneggevole da usare nel corpo a corpo.

La leggenda narra che il pirata del XIII secolo Eustachio, il Monaco, avesse fatto un patto con il diavolo, che gli permettesse di rendere invisibile la sua nave, ma questo potere magico non l'aiutò quando, al comando della sua flotta, tentò di invadere l'Inghilterra: Eustachio fu catturato e decapitato.

Dopo una vita trascorsa a saccheggiare navi nel Mar del Nord, il pirata tedesco Klein Henszlein fece una brutta fine, nel 1573 catturato con tutta la sua ciurma, fu decapitato in un'esecuzione di massa nel centro d’Amburgo, il boia tagliò trentatré teste le quali furono esposte al popolo quale monito a non intraprendere la pirateria.

Nel XIV secolo Störtebeker (a sinistra) era il terrore del Baltico, per entrare a far parte del suo equipaggio, l'aspirante pirata doveva bere, in una sola sorsata, un gran boccale di birra, il nome del pirata significa “un boccale in un sorso".

La leggenda narra che quando fu catturato, l'albero della sua nave, il “cane pazzo” fosse d'oro puro.


I PIRATI DEL MAR DELLA CINA


Ching Yih

I mari e gli stretti della Cina e del Sud-Est asiatico erano un vero paradiso per i pirati, navi di piccole dimensioni potevano nascondersi facilmente nelle paludi di mangrovie, lungo le coste.

Con l’arrivo degli europei nel XVI e XVII secolo, la situazione peggiorò, pirati come Ching Yih controllavano più di 500 navi, ben armate e aveva moltissimi schiavi e guardie del corpo, gli europei combatterono contro questi potentissimi pirati, e verso il 1860 riuscirono a sgominarli.

Le più grandi giunche dei pirati cinesi erano vascelli mercantili con 10-15 cannoni, formidabili navi da combattimento, e la marina cinese era incapace di contrastarle.

Nel XIX secolo molti pirati cinesi estorcevano denaro agli abitanti dei villaggi della costa, minacciavano di distruggere le abitazioni e di rendere schiava tutta la popolazione se non fosse stato pagato un adeguato riscatto.

Nel 1845 Chui Apoo, semplice barbiere di Hong Kong, si unì alla flotta del capo pirata Shap'n'gtzai e fu ben presto nominato suo luogotenente. Nel 1849, nella campagna contro il capo pirata Shap'n'gtzai, le cannoniere della marina britannica sconfissero la flotta di Chui Apoo. Ancorato alla foce del fiume Haiphong, nel Vietnam del Nord, Shap'n'gtzai pensava di essere al sicuro ma, quando la marea cambiò, i pirati non riuscirono a controllare le proprie giunche che si trovarono con i cannoni puntati l'una contro l'altra.

Le navi inglesi furono così in grado di distruggere le giunche una per una.

I mari dell'Asia sud orientale furono percorsi anche da grandi flotte di pirati, ma in genere la zona era dominata da piccole bande che agivano in aree ristrette, la flotta dei pirati cinesi era divisa in squadre ognuna con una propria, bandiera;  le navi di Ching Yih avevano bandiere rosse, gialle, verdi, blu, nere e bianche e i portabandiera guidavano gli abbordaggi.



I CORSARI DI MALTA E I BARBARESCHI




Ariadeno il Barbarossa


Spinti dalla fede e stimolati dalla possibilità di arricchirsi, i corsari di Malta capeggiarono la lotta contro i barbareschi; dalla loro piccola isola e con la protezione dell'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni (o di Malta), intrapresero una campagna contro gli infedeli dell'Islam.

Quando i Cavalieri stessi comandavano le navi, le motivazioni religiose prendevano il sopravvento ma, con il passare del tempo, gli interessi economici prevalsero e l'Ordine continuò a finanziare ed ad organizzare le scorrerie contro i barbareschi ma per i maltesi, i corsi e i francesi che componevano l'equipaggio delle galee, lo stimolo principale era costituito dal bottino.

Fino al 1680, quando il trattato tra i paesi d'Europa e gli stati barbareschi portò ad una graduale riduzione della pirateria nel Mediterraneo, i corsari arricchirono notevolmente le casse di Malta.

Nel 1565, all’assedio dell’isola da parte della flotta dell' Impero Ottomano, i Cavalieri resistettero asserragliati all'interno di una fortezza, sulle coste nord orientali dell'isola i Musulmani, in numero superiore, non riuscirono ad occupare Malta.

Sei anni più tardi, l'Ordine combatté nuovamente nella battaglia navale di Lepanto, e la vittoria cristiana pose fine al potere degli Ottomani nel Mediterraneo.

Rispetto alle galee degli infedeli, quelle cristiane, avevano due grandi vele, invece di una, meno remi e più cannoni, gli schiavi, nudi ai remi, erano musulmani e vivevano in condizioni terribili.

La testimonianza di un ufficiale francese riporta che molti degli schiavi sulle galee, non avevano abbastanza spazio da dormire distesi, a volte erano in sette su una panca, lunga tre metri e larga poco più di uno.

I Cavalieri dell'Ordine di San Giovanni, durante le battaglie e quando erano al comando delle loro galee, indossavano la croce di Malta ad otto punte, l’odierna bandiera di Malta, bianca e rossa, riprende i colori dalla croce.

Gli stati barbareschi (Algeri, Tripoli e Tunisi) erano città-stato, situate sulle coste africane del Mediterraneo, la cui principale attività era rappresentata dalla guerra marittima di corsa; sopratutto ai tempi delle crociate, guerre religiose che videro scontrarsi, dalla fine dell'XI secolo, cristiani e musulmani con le loro navi agili e veloci, i corsari barbareschi attaccavano le navi provenienti da Venezia e da Genova in cerca del loro bottino preferito : uomini che potessero essere venduti come schiavi. Se i corsari salivano a bordo di una nave cristiana, l'equipaggio era spogliato di tutti gli averi, compresi i vestiti, e finiva in schiavitù a remare sulla nave corsara per essere, in un secondo tempo, venduto in qualche porto africano; le navi barbaresche speronavano quelle cristiane con a bordo ricchi cavalieri che partivano per le crociate, per catturarli e poterne ricavare un riscatto.

I più famosi corsari barbareschi erano temuti in tutto il Mediterraneo ed erano considerati eroi nel mondo islamico; gli europei soprannominarono i due più grandi corsari barbareschi, Arug e Khayr ad-Din, fratelli Barbarossa per via del colore della loro barba, Arug fu ucciso nel 1518, ma suo fratello guidò la resistenza contro gli attacchi spagnoli con tale successo che nel 1530 ottenne la reggenza della città d’Algeri, morì nel 1546, rispettato anche dai nemici.

Francis Verney (1584-1615) fu uno di quegli europei che "si fecero turchi" e si unirono ai corsari barbareschi nel 1607 circa, dopo aver depredato alcune navi inglesi, catturato da una galea siciliana, due anni di schiavitù fiaccarono il suo spirito, mori a soli 31 anni.

Le condizioni di vita degli schiavi che remavano a bordo delle galee barbaresche erano durissime, moltissimi morivano a causa della fame e delle percosse, ma erano prontamente rimpiazzati non appena era catturata un'altra nave.

Trasportavano un numero così alto di schiavi e combattenti che le provviste di cibo e acqua duravano al massimo sei, o sette settimane, in questi brevi periodi, il capitano della nave, “rais”, era responsabile della navigazione, ma il capo dei giannizzeri, “agha”, manteneva il comando fino al rientro in porto.



LE LETTERE DI CORSA





I corsari erano armatori privati che in tempo di guerra erano autorizzati dallo stato, mediante lettere di corsa o di marca, ad attaccare e saccheggiare le navi nemiche, principalmente mercantili, per ostacolarne il commercio; la lettera di marca era una licenza di pirateria che assicurava vantaggi alle due parti : l'equipaggio della nave era autorizzato a saccheggiare impunemente e il re entrava in possesso, oltre che di una parte del bottino, anche di una nave da guerra senza nessuna spesa, i corsari avrebbero dovuto attaccare solo le navi nemiche, ma molti non rispettarono questa regola.

Fu il re Enrico III d'Inghilterra (1216-1272) ad emettere le prime lettere di marca conosciute, ve n’erano di due differenti tipi : in tempo di guerra il re emetteva lettere di marca che autorizzavano i corsari ad attaccare le navi nemiche, e in periodo di pace i mercanti che avevano perso le navi o il carico per colpa di pirati potevano richiedere una lettera di marca speciale che permetteva loro di attaccare navi appartenenti allo stato d'origine del pirata, per recuperare le perdite.

Nel 1581, la regina Elisabetta I d’Inghilterra (1558-1603) nominò cavaliere l'avventuriero e corsaro Francis Drake (1540-1596) che chiamava “il mio pirata”; le guerre di corsa di Drake, avevano assicurato alle casse della corona inglese un bottino stimato oltre 200.000 sterline del tempo.

Il navigatore inglese Walter Raleigh (1552-1618) incoraggiava la pratica della guerra di corsa riconoscendo che assicurava enormi guadagni al suo paese, promosse anche guerre corsare per il proprio tornaconto e armò navi nella speranza di poter finanziare, con il ricavato, una colonia in Virginia, nell'America Settentrionale.

La guerra di corsa poteva essere, anche patriottica, sia i corsari inglesi sotto il regno d’Elisabetta I sia i corsari francesi ebbero l’appoggio dei rispettivi sovrani.

Nel 1695 il famoso corsaro Renè Duguay-Trouin, fu presentato al re Luigi XIV (1643-1715) dopo aver catturato tre navi della Compagnia Inglese delle Indie Orientali.

I Francesi chiamano Saint-Malo la "città corsara", ma per gli Inglesi non era altro che un "nido di vespe"; nel XVII secolo il porto francese di Saint-Malo s’era arricchito con i profitti della guerra di corsa (la course).

Per molta gente del luogo quest’attività era una tradizione che si tramandava di padre in figlio, i primi corsari francesi apparvero nel IX secolo, quando le navi mercantili della Bretagna si armarono contro i predoni Vichinghi, quando la potenza dei Vichinghi si era ormai esaurita; i bersagli non mancavano, in quel periodo la Francia era frequentemente in guerra e l'Inghilterra era una delle vittime preferite del "pungiglione" della vespa.

Nel 1693 gli Inglesi ricorsero ad una bomba galleggiante per distruggere definitivamente il "nido di vespe", l'ordigno esplose rumorosamente nel porto di Saint-Malo, causando una sola vittima francese, “un gatto”, (imbottirono una nave lunga 26 metri (brulotto) che navigava alta sul pelo dell'acqua per potersi avvicinare il più possibile alle mura della città, ma la notte dell'attacco la nave urtò uno scoglio e l'acqua che entrò dalla stiva bagnò la polvere da sparo, la bomba esplose come un petardo bagnato) la flotta inglese se ne ripartì umiliata e i corsari francesi continuarono la tradizione di famiglia.

Il più famoso dei corsari francesi, Renè Duguay-Trouin (1673-1736), all'età di 21 anni era già al comando di un vascello da 40 cannoni; durante la sua carriera, che durò 23 anni, catturò 16 navi da guerra, e 300 mercantili, famosi per le loro audaci imprese, i corsari francesi erano quasi eroi nazionali, considerati patrioti che lottavano per la Francia e riveriti.

La guerra di corsa assicurava lauti guadagni: molte famiglie bretoni si arricchirono con i proventi delle loro imprese corsare, e perfino il vescovo di Saint-Malo investì denaro nella “course”.

I finanziamenti dei corsari di Sanit-Malo, veri armatori, prosperavano s’erano talmente arricchiti che persino re Luigi XIV (1643-1715) prendeva a prestito danaro da loro per finanziare le sue guerre.

Jean Bart (1651-1702) depredava le navi nel Canale della Manica e nel Mar del Nord, famoso per la sua audacia, quando fu catturato dagli Inglesi riuscì a fuggire in Francia su una barca a remi, che spinse per 150 miglia.

Nato un secolo dopo Duguay-Trouin, Robert Surcouf (1773-1827) praticò la guerra di corsa lontano dalla sua città natale Saint-Malo, l'isola Maurizio nell'Oceano Indiano, allora proprietà francese, fu la sua base : depredava i mercantili inglesi, in rotta verso l'India, era famoso non solo per l'abilità nella guerra da corsa, ma anche per il coraggio, non lasciava mai le sue pistole, riccamente decorate, l'impresa più famosa di Surcouf fu la cattura dell'East Indiamen inglese Kent.


I CORSARI DEL NUOVO MONDO



Sir Francis Drake


I tesori del mar delle Antille lasciarono estasiati gli Europei del XVI secolo, lo scrittore spagnolo Bernal Diaz, si meravigliò alla vista di un disco d'oro, fatto a forma di sole, grande quanto la ruota di un carro.

Ben presto i nemici della Spagna misero le vele al vento e navigarono verso il mar delle Antille nella speranza di accaparrarsi una fetta di quel ricco bottino, i primi ad arrivare furono i corsari francesi, poi arrivarono gl’inglesi, guidati da Drake e Hawkins.

Lo spettacolare successo delle loro spedizioni incoraggiò molti avventurieri, a fare rotta verso questo mare, pronti a qualsiasi cosa pur di tornare a casa colmi di ricchezze; furono molti quelli che attraversarono la linea sottile che divide la corsa dalla pirateria, attaccando indistintamente navi d’ogni provenienza.

Gli Spagnoli ridussero in schiavitù la popolazione indigena obbligandola a lavorare nelle miniere d'argento; le durissime condizioni di vita e le torture inflitte a coloro che tentavano di ribellarsi, causarono la morte di moltissimo schiavi costringendo gli spagnoli a rifornirsi di manodopera in Africa.

I Francesi furono i primi ad attaccare e a depredare i galeoni spagnoli, il navigatore genovese Giovanni da Verrazano (1485-1528) in forza alla flotta francese, riuscì a catturare, nel 1522, tre navi spagnole : due erano cariche di tesori messicani e una trasportava zucchero, cuoio e perle, ma la fama di Verrazano, è dovuta alla scoperta della baia di New York, avvenuta nel 1524.

Le navi dei tesori erano molto vulnerabili agli attacchi durante la prima parte del loro viaggio, i galeoni erano infatti costretti a dirigersi a nord dei Caraibi, per trovare il vento favorevole per il viaggio di ritorno in Spagna, e ciò facilitava l'opera dei corsari che attaccavano le navi di sorpresa, aspettandole al largo delle coste americane.

I successi del corsaro e pirata inglese Francis Drake, ne fecero un eroe leggendario, il saccheggio di Cartagena, gli fruttò un favoloso bottino.

Gli avventurieri inglesi Thomas Cavendish (circa 1555-1592), Francis Drake e John Hawkins (1532-1595) erano famosi corsari, tutti avevano una ”lettera di marca” ma Cavendish fu il solo che limitò le sue scorrerie al tempo di guerra, ma fu considerato alla stregua degli altri, un pirata.

I primi corsari navigavano su piccole navi, come i brigantini da 50-100 tonnellate di stazza, con un equipaggio di 40-50 marinai, più tardi si usarono navi da 100-300 tonnellate, queste imbarcavano sempre molti marinai di riserva che erano utilizzati per governare i vascelli catturati: le migliorie apportate ai cannoni delle navi diedero ai corsari un vantaggio considerevole, i cannoni potevano lanciare una palla da 20 chilogrammi ad un chilometro e mezzo di distanza, rendendo impossibile l'abbordaggio, mentre la tattica di combattimento degli spagnoli era quella d’abbordare il vascello e di combattere come in una battaglia a terra.

I tesori del Nuovo Mondo erano imbarcati per l'Europa su galeoni spagnoli equipaggiati con circa duecento marinai e con un armamento che poteva comprendere fino a sessanta cannoni, navi ben costruite, con uno scafo di legno robusto e un'ampia attrezzatura velica, i galeoni erano difficili da manovrare e, nonostante i loro cannoni, non potevano competere con i vascelli più piccoli, ma veloci e maneggevoli, dei pirati. Per queste ragioni e come misura precauzionale, le navi che trasportavano i tesori attraversavano l'Atlantico in convogli formati spesso anche da cento unità.

Era un pirata da manuale, con lo sguardo pazzo e inquisitore, teneva delle micce accese tra i capelli, beveva rum mescolato con polvere da sparo e arrotolava la sua barba nera intorno alle orecchie per rendere il suo aspetto ancora più minaccioso.

Molte leggende sorsero intorno a Barbanera.

Nato in Inghilterra, sembra che avesse 14 mogli e altrettanti cognomi, fra i quali Drummond, Thatch, Trsh; ufficialmente si chiamava Edward Teach, noto per atti di crudeltà, fomentava questa sua pessima fama per spaventare le vittime.

Il suo regno di terrore durò solo due anni, la Marina inglese riuscì a catturarlo nell'insenatura d’Ocracoke nel 1718, dove fu ucciso in un famoso duello, questo breve periodo fu sufficiente a Barbanera per entrare nella leggenda.

Durante le guerre del XVIII secolo molti bucanieri si trasformarono in corsari; ma quando ritornò la pace non riuscirono a rinunciare a quella vita libera e avventurosa, la maggior parte riprese a compiere scorrerie, depredando navi d’ogni bandiera e lasciando una scia di terrore.

Altro famoso pirata fu Bartholomew Robert, detto Bart il Nero (1682-1722), iniziò l'attività di predone dei mari quando la sua nave fu catturata nel 1719, dall’ora catturò più di 400 navi.

Tra il 1715 e il 1720 l'isola di New Providence, nelle Bahama, divenne una repubblica senza legge che diede asilo ai pirati, ma con l'arrivo del nuovo governatore inviato dall'Inghilterra, Woodes Rogers (1679-1732), che aveva un passato da corsaro, offrì ai pirati il perdono a patto che rinunciassero alle loro ruberie, chi si oppose fu impiccato e il governatore riuscì a liberare l'isola dai pirati.



I BUCANIERI




Nel 1603 il re inglese Giacomo I aprì un capitolo sanguinoso nella storia del mar delle Antille.

Per porre fine al caos causato dai saccheggi nei Caraibi, ritirò tutte le lettere di marca, provocando conseguenze disastrose.

I bucanieri, originariamente semplici cacciatori dell'isola di Hispaniola, si unirono in bande senza legge e sostituirono i corsari; dopo che gli Spagnoli ebbero distrutto i loro insediamenti, cominciarono ad attaccare prima piccole navi spagnole per poi cercare prede sempre più grosse, pregiudicati, fuorilegge, schiavi fuggiti, s’unirono ai bucanieri ubbidendo alle loro leggi e sottostando alla ferrea e crudele disciplina imposta dai capi.

Alcuni tuttavia, come Henry Morgan, combatterono per conquistare fama e gloria e divennero degli eroi.

In origine i bucanieri vivevano fornendo carne, grasso e pelli alle navi di passaggio, catturavano il bestiame che si era riprodotto rapidamente dopo che i conquistatori spagnoli avevano lasciato l'isola di Hispaniola.

François L'Ollonnais, il più crudele tra i bucanieri, seminò il terrore tra gli spagnoli, temendo la crudeltà delle sue torture, le vittime preferivano morire piuttosto che cadere nelle sue mani.

Nelle pericolose acque dei Caraibi, la vita aveva poco valore e la tortura dei prigionieri era una pratica comune, tanto che la crudeltà dei bucanieri divenne leggendaria.

L'Ollonnais, torturava le sue vittime con macabra originalità. Rock Braziliano, prese questo soprannome a causa del suo lungo esilio in Brasile, era un ubriacone pazzo e brutale e odiava gli spagnoli.

Bartholomew Portugues, ingegnoso e audace, razziava bottini favolosi per perderli qualche giorno dopo, anche se non sapeva nuotare, riuscì a scappare da una nave-prigione raggiungendo la riva grazie a degli otri da vino che usò come galleggianti.

Sir Henry Morgan, gallese (1635-1688), aveva innate capacità di comando, probabilmente era crudele quanto gli altri bucanieri, ma i suoi audaci attacchi ai possedimenti spagnoli, sopratutto a Panamà, gli valsero la nomina a baronetto inglese, e il titolo di governatore della Giamaica.

Saccheggiò le colonie spagnole senza nessuna pietà.

Nel 1688 i suoi 800 uomini sconfissero la guarnigione d’El Puerto del Principe a Cuba, costrinsero gli uomini della città ad arrendersi, minacciando ritorsioni su donne e bambini tenuti in ostaggio nelle chiese, la gente moriva di fame, mentre gli uomini di Morgan depredavano le abitazioni.

Per difendersi, fondarono la "fratellanza della costa" e alcuni di loro si trasferirono a Tortuga, da dove potevano attaccare più facilmente le navi spagnole.

Più tardi, l'arrivo di guarnigioni francesi disperse i membri della Fratellanza verso isolette di Île-à-Vache e Saona.



I CORSARI AMERICANI



John Paul Jones


La rivoluzione americana (1775-1783) mostrò il potere dei corsari come poche altre guerre aveva fatto nei secoli precedenti.

La piccola Marina Continentale americana combatté i dominatori inglesi con sole 34 navi, ma una flotta di navi corsare, tredici volte superiore per numero, attaccò i mercantili inglesi, ostacolandone il commercio.

Dopo l'indipendenza, quando nel 1812 scoppiò una nuova guerra con l'Inghilterra, la giovane nazione degli Stati Uniti d'America utilizzò i corsari per aumentare, ancora una volta, le potenzialità della propria marina, ma le navi veloci non furono più così efficaci come nei giorni in cui avevano assicurato la libertà alla loro nazione.

Leggendario in America per le sue azioni in mare, John Paul Jones si meritò, in terra britannica dove era nato, l'appellativo di "pirata" per le sue audaci scorrerie nelle terre costiere inglesi, ne pirata, né corsaro, John Paul Jones, nato in Scozia nel 1747, apprendista in mare su una nave negriera, scappò dai Caraibi per evitare un'accusa d’omicidio; la sua carriera nella Marina Continentale cominciò nel 1775, e le sue imprese temerarie, nei sei anni successivi, fecero di lui un eroe nazionale americano, morì nel 1792.

Nella battaglia che ne consacrò la fama, affiancò la sua nave ad una cannoniera inglese, sino a fonderle in un corpo unico, i cannoni inglesi quasi affondarono il suo vascello, ma Jones ignorò la richiesta di arrendersi con le parole : “Non ho ancora cominciato a combattere!”, tre ore più tardi gli inglesi si arresero.

I corsari americani, che si facevano costruire navi agili e veloci, preferivano le golette con la vela di gabbia, queste navi piccole ma molto veloci avevano due alberi : il trinchetto era più basso dell'albero di maestra; con il vento in poppa, se si alzava una vela quadra in cima sull'albero di trinchetto, si aumentava notevolmente la velocità.

Jean Lafitte (circa 1780- circa 1826) nato a Haiti, pirata, corsaro, negriero e contrabbandiere, con suo fratello Pierre comandavano una banda che nel 1807 controllava circa un decimo di tutti i lavori della città di New Orleans.

Dichiarato fuorilegge per contrabbando di schiavi, Jean ottenne la grazia per aver difeso la città da un attacco inglese nella guerra del 1812.

Gli attacchi pirateschi di Lafitte erano indirizzati sopratutto contro navi spagnole nel Golfo del Messico, sosteneva la legittimità di tali attacchi, esibendo lettere di marca, ma depredava anche navi americane e dalla sua roccaforte a Barataria Bay, presso New Orleans e dirigeva segretamente anche il commercio degli schiavi.



I PIRATI DELL’OCEANO INDIANO



William Kidd

Quando il ricco raccolto del mar delle Antille cominciò a scarseggiare, molti pirati si spostarono ad oriente, nelle acque dell'Oceano Indiano, attirati dalle flotte del tesoro dei principi indiani e dalle grandi navi mercantili delle Compagnie delle Indie Orientali, olandesi, francesi e inglesi; molti pirati trovarono un rifugio sicuro in Madagascar, la grande isola al largo delle coste orientali dell'Africa, si trovava nella posizione ideale per controllare le rotte commerciali per le Indie e i pellegrinaggi dei Musulmani verso la Mecca, i pirati accumularono ben presto incredibili ricchezze e alcuni di loro, come Kidd e Avery, diventarono personaggi leggendari.

Dopo aver doppiato il Capo di Buona Speranza, le navi europee per recarsi in India ed in Cina, potevano scegliere tra due rotte, entrambe passavano a poche miglia di distanza dal Madagascar, covo dei pirati; nel viaggio verso l'Asia erano carichi d'oro e d'argento, in quello di ritorno trasportavano porcellane cinesi, sete e spezie, gli East Indiament (grandi navi a vela usate dalle Compagnie delle Indie, con armamento da 16 a 20 cannoni, che nei secoli XVII e XVIII facevano la spola tra l'Europa e l'Asia) erano le prede favorite dei pirati.

D’origine scozzese, William Kidd (1645-1701) era un uomo d'affari di New York inviato nell'Oceano Indiano per dare la caccia ai pirati, primo fra tutti Avery, tuttavia, convinto dall'equipaggio corrotto, commise parecchi atti di pirateria, e al suo ritorno fu giudicato e impiccato.

Il pirata inglese Henry Avery (circa 1665-1728) divenne famoso per aver catturato la nave del Moghul indiano, la Gang-i-Sawai, che trasportava pellegrini e tesori da Surat alla Mecca, il trattamento brutale che riservò ai passeggeri scatenò l'ira del Moghul, che chiese un indennizzo alle autorità inglesi.

Il pirata americano Thomas Tew faceva la spola tra l'America settentrionale e l'oceano Indiano, ritornando sempre con un buon bottino, in America era considerato una celebrità, fu ucciso in una spedizione con Avery nel 1696.

Alla fine del XVII secolo, i pirati, costruirono una roccaforte sulla vicina isola di Santie-Marie, facilmente difendibile in caso d’attacco.

Quando i pirati catturavano una nave, spesso trovavano un carico d’umana sofferenza, nelle stive buie si accalcavano centinaia di schiavi africani diretti alle colonie americane.

Nel XVII e XVIII secolo, la tratta degli schiavi era un affare redditizio : gli schiavi erano rivenduti in America a 10 o anche a 15 volte il prezzo pagato in Africa, questi grossi profitti attiravano i pirati, che divennero a loro volta negrieri, oppure vendevano per proprio conto il carico di schiavi catturati in mare, alcuni si alternavano fra le occupazioni di negriero.

Corsaro e pirata, John Hawkins (1532-1595) fu il primo corsaro inglese a rendersi conto che il commercio degli schiavi rappresentava un affare redditizio, nel 1562 fece il primo di tre viaggi come negriero, dall'Inghilterra all'Africa occidentale, dove imbarcò 300 schiavi, si diresse poi ai Caraibi dove vendette il suo carico umano nell'isola di Hispaniola.

Le navi negriere partivano dall'Inghilterra o dall'America con un carico di merci di poco valore, i negrieri europei acquistavano gli schiavi dai capi tribù africani, in cambio di braccialetti di ferro, ottone, rame, usati come moneta nell'Africa occidentale, e qualche fucile e polvere da sparo, poi salpavano verso i Caraibi questa parte del viaggio era chiamata "il passaggio di mezzo".

Sulle isole come Giamaica gli schiavi erano barattati con zucchero, melassa o legname, che venivano imbarcati per il viaggio di ritorno, così ogni fase del viaggio, assicurava un profitto.

I marinai di una nave negriera vivevano con la paura costante di una rivolta degli schiavi, molto più numerosi di loro, pertanto qualsiasi accenno di ribellione era represso selvaggiamente, durante la navigazione, non vi erano misure igieniche, e le malattie si diffondevano rapidamente, e la mortalità era alta, a volte i morti rimanevano incatenati accanto ai vivi per giorni interi.

A bordo delle navi gli schiavi erano tenuti in ceppi, per impedire ribellioni o suicidi, gli unici modi per sfuggire agli orrori della stiva, questo significava che gli schiavi non potevano collaborare alla difesa in caso d’attacco d’altre navi pirata.

I capitani dei Caraibi accettavano a bordo gli schiavi fuggiti, che a volte rappresentavano più di un terzo dell'equipaggio, imbarcarsi su una nave era una scelta allettante, se paragonata alle sofferenze della schiavitù.

Il pirata inglese Bartholomew Roberts (1682-1722), catturò a Whydah, nell'Africa occidentale, 11 navi negriere, Roberts aveva cominciato la sua carriera nel 1719, caricando schiavi in una postazione commerciale.

L'Inghilterra abolì la schiavitù nel 1833 e gli Stati Uniti d'America la seguirono 30 anni più tardi.



LE PUNIZIONI




I pirati colti sul fatto e giudicati colpevoli erano condannati al patibolo, la "ballata dell'impiccato" era la danza di morte che s’improvvisava dopo l'esecuzione, i pirati scherzavano sull'impiccagione ma la loro sicurezza finiva quando si trovavano davanti alla forca.

Tuttavia, per la maggior parte dei pirati, il pericolo della vita in mare, era molto più pericolosa del boia, erano pochi quelli che erano portati davanti alla giustizia e anche quelli giudicati colpevoli erano spesso graziati.

Per i corsari la cattura significava il carcere con la possibilità della libertà in cambio dei prigionieri, ma molti corsari temevano la prigione : le carceri erano luoghi malsani dai quali era difficile uscire vivi.

L'Inghilterra introdusse nel 1776 le prigioni galleggianti, situate sull'estuario del Tamigi, all'inizio erano ricavate da navi in disarmo, più tardi i pontoni (così erano chiamate) furono costruiti come prigioni galleggianti, erano umide e malsane, ed essere condannati a rimanervi rinchiusi era la peggior punizione; dopo la morte, per un pirata incarcerato una cella "singola" sarebbe stata considerata una sistemazione di lusso.

Nel XVII secolo le prigioni erano affollatissime, e solo quelli che potevano permettersi di corrompere il carceriere potevano sperare di vivere in condizioni accettabili, i prigionieri dovevano pagare per le candele, per il cibo e persino per stare vicino al fuoco che scaldava l'umida prigione.

I corsari francesi che erano catturati temevano le prigioni galleggianti, nel 1797 uno di loro scrisse : “in questi ultimi otto giorni siamo stati costretti a mangiare cani, gatti e topi... l'unica razione consiste in pane ammuffito... carne putrida e acqua salata”.

L'impiccagione era il consueto sistema d’esecuzione per i pirati, in Inghilterra e nelle colonie, erano impiccati al livello della bassa marea per dimostrare che il crimine commesso, rientrava sotto la giurisdizione dell'Ammiragliato, le loro ultime parole erano spesso pubblicate per la morbosa curiosità del pubblico, tutte le impiccagioni dei pirati, anche quella di Stede Bonnet, nel 1718, fu pubblica : la gente di Charleston (Stati Uniti meridionali) si affollò intorno ai magazzini del porto dove la condanna fu eseguita; temerario e spavaldo come pirata, Bonnet aveva chiesto al governatore la grazia, che però gli fu negata.

William Kidd fu impiccato nel 1701 e il fatto attirò una gran folla nella piazza delle esecuzioni al porto di Londra, il cappio si ruppe al primo tentativo, ma non al secondo, il cadavere incatenato ad un palo, fu sommerso tre volte dalla marea, come prescriveva la legge dell'Ammiragliato; come monito a tutti i marinai che percorrevano l'estuario del Tamigi, il suo corpo fu poi ricoperto di catrame per evitarne la decomposizione, e appeso nella gabbia, alla forca di Tilbury Point.

I corpi dei pirati impiccati erano spesso lasciati appesi alla forca come monito, oppure incatenato in una gabbia di ferro, per impedire ai parenti che lo rimuovessero per seppellirlo.

Un pirata abbandonato su un'isola deserta, osserva con disperazione la sua nave che si allontanava, quel luogo diventava per lui una prigione senza pareti, il mare impediva di fuggire e le possibilità di essere avvistato da un'altra nave erano quasi inesistenti, ai pirati abbandonati erano lasciate alcune provviste essenziali, vi erano poche possibilità di sopravvivere per coloro che non avevano mezzi per cacciare o pescare.

Questa crudele punizione era inflitta a chi derubava i propri compagni o chi disertava il combattimento, lo stesso destino di naufraghi toccava ai pirati, quando la loro nave andava a fondo.

Il codice dei pirati stilato dal capitano inglese John Phillips prevedeva che il "condannato" fosse fornito di una fiaschetta di polvere da sparo, una bottiglia d'acqua e una piccola arma, ma lo sfortunato non aveva possibilità di cucinare o riscaldarsi, la pistola era utile per difendersi dagli animali selvatici, ma per cacciare era meglio il moschetto, la bottiglia d'acqua durava un giorno o poco più, dopo questo periodo il naufrago doveva darsi da fare, per trovare ciò di cui dissetarsi.

Stanco dei litigi sulla sua nave, il corsaro scozzese Alexander Selkirk (1676-1721) chiese d’essere sbarcato su un'isola, dove visse dal 1704 al 1709, la sua residenza fu un'isoletta del Pacifico meridionale, 640 chilometri ad ovest del Cile, una delle isole del gruppo Juan Fernandez, Mas a Tierra aveva abbondanza d’acqua, suini e capre Selkirk, si nutrì di carne di capra, e frutti di palma, e si vestì con pelle di capra.

Nella letteratura il naufrago più famoso fu creato da Daniel Defoe (1660-1731), che per il racconto s’ispirò alla vicenda di Alexander Selkirk, ma diede a Crusoe un selvaggio come compagno, Venerdì. Crusoe passò più di venticinque anni nella sua isola e visse molto più comodamente di qualsiasi vero naufrago.



LA NAVIGAZIONE E LE MAPPE




Per compiere con successo azioni di pirateria, nel Mar delle Antille, bisognava essere in grado di superare in navigazione e in battaglia la preda prescelta, ma come potevano i pirati localizzare le loro vittime? dal momento che i metodi di navigazione erano alquanto primitivi, i pirati dovevano riuscire a incrociare le rotte dei galeoni spagnoli carichi di tesori, affidandosi esclusivamente all'esperienza, al senso comune e, in buona parte, alla fortuna; erano in grado di stabilire la latitudine con accuratezza, misurando la posizione del sole, ma era molto più difficile calcolare la longitudine.

Oltre alla bussola, lo strumento di navigazione più importante di cui poteva disporre un capitano, erano le mappe.

All'inizio del XVI secolo i conquistatori spagnoli, avevano già esplorato gran parte delle coste del Nuovo Mondo, e le loro mappe dettagliate costituivano un bottino prezioso.

Con l'aiuto di una mappa rubata agli Spagnoli, i pirati e i bucanieri potevano saccheggiare le ricchezze di nuove zone costiere.

I pirati chiamavano i piloti esperti "artisti del mare", in condizioni ideali potevano stimare le distanze con un'approssimazione di due chilometri, ma sul ponte di una nave che beccheggiava tutto era molto meno preciso.

I primi pirati stimavano la latitudine usando la “balestriglia”, guardando il Sole, l'osservatore faceva scorrere le aste corte, dette archi, su quella lunga, detta freccia, che accostava all'occhio sino a che l'estremità inferiore dell'arco non coincideva con l'orizzonte e quella superiore con il Sole, la scala graduata della freccia e delle apposite tavole astronomiche fornivano la latitudine; altro valido strumento era il cannocchiale, che permetteva ai pirati, anche se non c'era nessuna terra in vista, di stimare la direzione e la distanza osservando le nuvole e gli uccelli.

Il navigatore inglese John Davis (circa 1550-1605) raccolse in un libro le conoscenze acquisite navigando con il corsaro Thomas Cavendish nel 1591.



LA VITA IN MARE




La vita a bordo di una nave pirata era piena di contrasti, quando ci s’impadroniva di un carico, si attraversavano momenti di grande eccitazione e di pericolo, ma tra un saccheggio e l'altro, trascorrevano settimane di noia assoluta.

Per riuscire a vincere la noia e alleviare la frustrazione del suo equipaggio, il "capitano" doveva incutere rispetto, se non paura, molti pirati volevano che la vita a bordo seguisse le regole di una comunità democratica : se non vi era accordo su una decisione da prendere, si teneva una votazione, poteva essere contestato perfino il capitano.

I pirati consideravano indispensabili i servizi di un medico chirurgo, il quale aveva con sé un portautensili e usava una sega per amputare braccia e gambe, le infezioni provocate dagli interventi chirurgici portavano spesso alla morte.

Sulle navi non mancava certo il lavoro per la ciurma, che era continuamente impegnata per il buon governo della nave, per mantenere costante la velocità erano necessarie continue rettifiche alle vele e alle sartie, tutti i marinai erano in grado di intrecciare e unire le cime, ma i pirati preferivano rubare i "ricambi", alcuni equipaggi avevano un codice di comportamento che tutti dovevano rispettare.

Ecco alcune regole, derivate dal libro sui pirati di Charles Johnsons (XVIII secolo)

I. Ognuno ha il diritto di voto, ha diritto a provviste fresche, e alla razione di liquore.

II. Nessuno deve giocare a carte o a dadi per denaro.

III. I lumi e le candele devono essere spenti alle otto di sera.

IV. Tenere il proprio pezzo (moschetto), la pistola, e la spada, puliti e pronti ad essere usati.

V. Non è consentito salire a bordo ai ragazzi e alle donne.

VI. Chi diserta in battaglia è punito con la morte o con l'abbandono in mare aperto.

La frusta tipica che si usava in mare era il "gatto a nove code", lo stesso marinaio che doveva subire la punizione la preparava, srotolando una fune in tre parti, a loro volta suddivise in tre funicelle, e poi annodando ogni estremità, un "gatto" era usato una volta sola, le corde insanguinate, se riutilizzate, potevano infettare le ferite.



LE PROVVISTE A BORDO




Per i pirati affamati, il menù non era molto vario e quando c'era carne fresca di solito si trattava di tartarughe, abbondanti in tutte le isole dei Caraibi, costituivano una delle poche risorse di cibo fresco, agili in mare, questi animali corazzati erano lenti a terra e facili prede, a bordo della nave, il cuoco poteva tenere le tartarughe vive nella stiva, fino a quando arrivava il momento di cucinarle, le loro uova erano poi una ghiottoneria molto apprezzata; si trasportavano pollame vivo, per rifornirsi d’uova e carne fresca, se non si riusciva a catturare tartarughe e il pesce non abboccava, i pirati sopravvivevano con gallette o carne secca, che innaffiavano con birra o vino, a bordo di una nave la galletta era il cibo principale.

Nei lunghi viaggi una dieta povera poteva far ammalare i marinai di scorbuto, causato dalla mancanza di vitamina C, nel 1753 fu scoperto che mangiare frutta fresca, agrumi in particolare, preveniva questa malattia.

I marinai non conoscevano metodi per conservare l'acqua, che divenne ben presto imbevibile: preferivano quindi la birra, tutte le navi ne trasportavano grandi quantità, generalmente in barili e non in bottiglie.


LA VITA A TERRA




Pigiati per mesi in una nave maleodorante, uno accanto all'altro, pirati e bucanieri non potevano far altro che sognare la vita a terra e, quando sbarcavano in un porto, molti erano abbastanza ricchi da soddisfare qualsiasi desiderio, sperperavano il loro bottino nel bere, nelle donne e nel gioco : “Si trovavano alcuni di questi pirati che sperperano due o tremila pezzi da otto in una sola notte, per poi rimanere anche senza camicia”, considerando che con due pezzi da otto, si poteva comperare una mucca, i pirati scialacquavano in poche ore l'equivalente di un’intera fattoria.

La vita a terra non era sempre una festa ininterrotta : l'equipaggio doveva calafatare lo scafo, riparare la nave e provvedere alle provviste per il viaggio successivo, le donne erano bandite dalla maggior parte delle navi pirata, ma quando queste erano in porto spesso salivano a bordo.

Dopo una lunga navigazione, i pirati andavano in cerca di compagnia femminile : nei porti dei Caraibi c'erano molte donne contente di dividere il bottino e gozzovigliare con loro.

Alghe e cirripedi s’attaccavano allo scafo, rallentando la velocità della nave, a volte i vermi perforavano il legno e ciò, alla fine, poteva far affondare l'imbarcazione, si preveniva il problema carenando regolarmente la nave e, per farlo, la portavano in secca.

Per i pirati era indispensabile trovare una spiaggia solitaria per carenare la nave, le coste africane della Guinea era un posto ideale, avevano un fondale basso e le navi da guerra non potevano inseguire i piccoli vascelli dei pirati.

Per tenere il mare senza troppi rischi d’affondamento, gli scafi di legno richiedevano una manutenzione costante, si usavano utensili adatti per eseguire i lavori indispensabili, il calafataggio, che comportava la riparazione delle giunture tra le tavole, era indispensabile per evitare infiltrazioni d'acqua, le giunture erano pulite, riempite di stoppa e sigillate con pece bollente.

I pirati erano ben accetti in molti porti, vista la loro facilità nello spendere grosse somme di denaro anche per oggetti di scarso valore, gli equipaggi delle navi erano alleggeriti con gran velocità, del loro bottino da abili giocatori bari.

Una buona “pipata” era un lusso che i pirati potevano permettersi solo a terra, le navi di legno prendevano fuoco facilmente e gli equipaggi, che a bordo non potevano fumare, erano costretti a masticare tabacco, Port Royal, in Giamaica, era una specie di calamita per i pirati del XVII secolo in cerca di piacere e divertimento.

I governatori britannici erano favorevoli ai pirati, ritenendo che la loro presenza avrebbe protetto l'isola dagli attacchi degli spagnoli, nel 1692 Port Royal fu distrutta da un terremoto, che molti giudicarono una punizione divina per la corruzione della città.

I pirati tracannavano rum in continuazione : ingurgitavano qualsiasi tipo di bevanda alcolica e alcuni di loro non erano mai sobri quando erano a terra.

Il vetro era costoso e fragile, e così i tavernieri servivano le bevande ai pirati in boccali di peltro, che ben sopportavano una notte di baldoria.



LE ARMI



                                                                                                                        





PALLE INCATENATE
: raramente i colpi di cannone potevano affondare una nave, ma l'impatto della palla di ferro contro lo scafo provocava un'esplosione di schegge mortali.

Bastavano due palle incatenate insieme e lanciate in alto per abbattere gli alberi e le vele e danneggiare un vascello.



SCIABOLA TAGLIAGOLA : nel XVII e XVIII secolo la sciabola corta, o squarcina, era l'arma preferita da tutti coloro che combattevano in mare, la sua lama corta e larga la rendeva ideale in un corpo a corpo; una lama più lunga poteva impigliarsi facilmente nel sartiame.



TROMBONE : la canna corta del trombone limitava la sua precisione, i pirati lo usavano solo a distanza ravvicinata, come il moschetto, era appoggiato alla spalla, ma la canna corta rendeva il trombone più maneggevole sul ponte della nave, beccheggiante e affollato.



PISTOLA A PIETRA FOCAIA
: leggera e maneggevole, era l'arma da fuoco preferita dai pirati quando assaltavano una nave, tuttavia, a volte l'umidità dell'aria, e gli spruzzi, bagnava la polvere e la pistola faceva cilecca, ricaricare l'arma richiedeva molto tempo, che i pirati preferivano usarne l'impugnatura come una clava.



IL MOSCHETTO : il tiratore scelto poteva colpire il timoniere della nave avversaria, anche da notevole distanza, la rigatura all'interno della canna stabilizzava la traiettoria, migliorando la precisione del colpo.

ASCIA D'ATTACCO : i pirati che andavano all'arrembaggio dei grandi vascelli, usavano asce per scalare le murature delle navi e, una volta sul ponte, le utilizzavano per abbattere le vele, un solo colpo d'ascia poteva tagliare una grossa cima, come il braccio di un uomo.



ARMA SEGRETA : il pugnale poteva essere facilmente nascosto sotto i vestiti e in un attacco a sorpresa, dove non c'era spazio per brandire la spada, poteva infliggere ferite mortali.

BOMBE INCENDIARIE : scagliate dal castello di prua della nave pirata, bombe spesso fatte di una mistura di pece e stracci potevano appiccare un incendio che si propagava rapidamente, la cortina di fumo che ne seguiva creava confusione e panico.



PIEDI DI CORVO : a volte i corsari francesi, spargevano chiodi a quattro punte, detti "piedi di corvo", sul ponte della nave che stavano per arrembare, poiché i marinai andavano a piedi nudi per evitare di scivolare sui ponti bagnati, i piedi di corvo potevano infliggere terribili ferite a chi li calpestava.

Quando i pirati abbordavano una nave, lo facevano con la speranza di trovare la stiva colma di tesori, se avevano fortuna, il bottino poteva far diventare l'intero equipaggio ricchissimo.

Nel 1693, quando Thomas Tew depredò una nave nell'Oceano Indiano, ogni membro dell'equipaggio ricevette una ricompensa di oltre 3000 sterline e, secondo il tenore di vita di quei tempi, tutti diventarono miliardari (un marinaio inglese percepiva allora, come salario, la somma di una sterlina al mese), ma bottini di questa entità rappresentavano casi eccezionali : la maggior parte delle volte l'equipaggio divideva tesori di entità più modesta e, nei casi veramente sfortunati, scopriva una stiva con un carico ingombrante e per di più senza valore, quando il carico non aveva valore, i pirati derubavano i passeggeri e si disputavano i loro beni personali, valeva la pena di accapigliarsi per un pugnale d’ottima fattura se ne poteva ricavare un buon prezzo.



I favolosi tesori dei pirati spesso erano solo delle leggende, William Kidd seppellì veramente un tesoro, poi recuperato, sull'isola di Gardiner (New York), il bottino preferito dai pirati era l'oro e l'argento trasportati dalle navi spagnole, un doblone d'oro spagnolo equivaleva alla paga di sette settimane di un marinaio, i pezzi da otto in argento potevano venire tagliati per ottenerne spiccioli.

Dopo il saccheggio di un vascello portoghese (1721), John Taylor ricompensò ciascun membro dell'equipaggio con 4000 sterline, e 42 piccoli diamanti.

I pirati dividevano il bottino abbastanza equamente, anche se al capitano, e agli ufficiali spettasse una parte più grande; considerando il valore di un’unità, la ricompensa del marinaio, il capitano riceveva
2,5 il chirurgo 1,5, il maestro d'ascia, che non aveva rischiato la vita nei combattimenti, solo tre quarti, i mozzi solo la metà.

Dopo aver depredato una nave, i pirati dovevano rientrare nel loro porto per dividersi il bottino, ma la ciurma era spesso autorizzata a depredare i passeggeri e l'equipaggio, le armi e le munizioni, erano considerate un prezioso bottino.

Intorno al 1860, era divenuto di moda fiutare il tabacco, i ricchi passeggeri avevano spesso delle tabacchiere decorate e preziose, che rappresentavano un bottino allettante, come regola, i corsari dovevano dividere il tutto secondo il rango, ma in pratica molti intascavano di nascosto piccoli oggetti come anelli d'oro.



LE BANDIERE

         


Vari tipi di Bandiera Pirata





Con i suoi simboli di morte, la bandiera nera invitava le vittime ad arrendersi senza combattere, i marinai rabbrividivano nel vederla, era tuttavia meno temuta di una disadorna bandiera rossa, che significava morte certa per tutti quelli che la avvistavano.

Questa bandiera sanguinaria significava che i pirati non avrebbero avuto nessuna pietà in battaglia, ma, in genere, la semplice vista della bandiera nera era sufficiente allo scopo, la maggior parte degli equipaggi era disposta alla resa, e a volte si univa addirittura alla ciurma pirata.

Erano pochi i marinai che difendevano coraggiosamente la propria nave, costretti a lavorare fini allo stremo, e con una disciplina ferrea, molti di loro consideravano la vita del pirata come un'esistenza libera e con la possibilità di arricchirsi senza seri pericoli di essere catturati.

La bandiera di Henry Avery è il classico esempio della simbologia delle bandiere pirata, con il teschio e le ossa incrociate, nel 1600 quest’immagine era comunemente usata per raffigurare la morte e fu adottata dai pirati verso la fine del secolo, ma il teschio e le ossa incrociate non erano gli unici contrassegni dei pirati : ogni comandante aveva una sua bandiera nera personale.

La spada è sempre stata simbolo di potere, e così il messaggio sulla bandiera nera di Thomas Tew era molto chiaro, la scelta di una scimitarra asiatica, non fu però di buon auspicio per Tew, molto probabilmente fu proprio con un'arma di questo tipo che fu ucciso nel 1695, nella battaglia per la cattura della nave indiana Futteh Mahmood.

Le donne pirata Mary Read e Anne Bonny probabilmente combatterono sotto una bandiera con il teschio e due spade incrociate.

La bandiera di Bartholomew Roberts lo raffigura mentre brinda con la morte, ne aveva anche una seconda, che lo mostrava a cavalcioni di due teschi con le sigle ABH e AMH, che significavano "una testa delle Barbados" (A Barbadian's Head) e "una testa della Martinica (A Matrinican's Head), chiara minaccia di vendetta alle isole che avevano osato contrastarlo.

Sulla bandiera di Barbanera era raffigurato un diavolo a forma di scheletro che regge una clessidra e una freccia e un cuore sanguinante.

La clessidra appare su molte bandiere dei pirati, sulla bandiera di Christopher Moody (1694-1722), come pure su molte lapidi del tempo, la clessidra era raffigurata con le ali e rappresentava la fugacità del tempo, simbolo tradizionale di morte, la clessidra avvertiva i marinai che il tempo per la resa era limitato.

In inglese la bandiera dei pirati detta Jolly Roger che potrebbe derivare dal diavolo, detto "vecchio Roger", o, più probabilmente, dal francese Jolie Rouge, la bandiera rossa.

Temendo di poter avere la peggio in una battaglia navale tradizionale, i pirati ricorrevano all'inganno, a volte, mentre si avvicinavano al bersaglio prescelto, i pirati alzavano una bandiera amica e solo all'ultimo momento, la sostituivano con la bandiera nera per terrorizzare le vittime e convincerle ad arrendersi senza combattere, se questa tattica falliva, sferravano un attacco di sorpresa, abbordando la nave sopraffacendo l'equipaggio.



LA FINE DEI PIRATI



Dopo aver prosperato per tre millenni, la pirateria organizzata e le guerre di corsa si conclusero nel XIX secolo.

All'inizio del secolo i corsari erano ancora un flagello pericoloso, anche se ormai le marine delle grandi potenze marittime non avessero più bisogno dell'aiuto delle navi da guerra armate dai privati.

Nel 1856 la maggior parte delle nazioni marittime firmò un trattato, la dichiarazione di Parigi, che bandiva le lettere di marca, anche le nuove tecnologie contribuirono a sconfiggere la pirateria. Il XIX secolo segnava l'avvento del vapore e le marine dell'Inghilterra e degli Stati Uniti costruirono navi che potevano andare ovunque, anche in un giorno senza vento, i pirati, che facevano ancora affidamento sulla propulsione a vela, erano facilmente sopraffatti dalle navi a vapore.

La Marina britannica prese energici provvedimenti nei confronti dei pirati indonesiani e malesi, sospettati di danneggiare il commercio, nel 1844 la nave Harlequin, e due altre, salparono da Penang per una missione punitiva contro i pirati d’Achin, nella parte settentrionale di Sumatra, i comandanti di questa piccola flotta non riuscirono nel loro intento e bruciarono indiscriminatamente tutte le case lungo la costa.

Nel 1718 il tenente di vascello Maynard della nave Pearl fu incaricato di catturare Barbanera vivo o morto, quando riuscì a raggiungere il pirata, Maynard ingaggiò con lui un furioso duello, secondo il capitano Johnson Barbanera lottò con una tale forza che gli ci volle ben venticinque ferite, di cui cinque provocate da colpi di pistola, prima di stramazzare a terra, la sua testa fu appesa al bompresso (albero prodiero) della nave Pearl.

La nave inglese Greyhound (Levriero) avvistò due navi al largo di Long Island (Stati Uniti), l'equipaggio non sapeva con chi si fosse imbattuto, le navi appartenevano al terribile Edward Low e alla sua ciurma, dopo una battaglia durata otto ore, la Greyhound uscì vittoriosa.

Nel XVIII secolo la Marina britannica mise appunto delle navi da guerra, vere e proprie fortezze galleggianti, in grado di competere con qualsiasi nave pirata.

Nel 1722 la Swallow mise fine alla carriera del famoso pirata Bartholomew Roberts al largo delle coste occidentali dell'Africa, Roberts, incautamente ingaggiò una battaglia contro la nave da guerra, fu mortalmente ferito al collo.

I corsari che salpavano dagli stati barbareschi rinnovarono i loro attacchi durante le guerre napoleoniche (1796- 1815).

Quando la pace ritornò, gli Stati Uniti e le potenze europee si allearono per annientare definitivamente questi pirati, nelle 1816 navi inglesi e olandesi bombardarono Algeri, obbligando il bey a rilasciare i prigionieri e a scusarsi per le azioni compiute.


 
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