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Buzzi e muciare. L'arte dei mastri marina trapanesi
di Ninni Ravazza
IL MITO
Nel 1897 uscì in Inghilterra un libro che mise in subbuglio il mondo scientifico europeo: "The Authoress of the Odyssey", L'Autrice dell'Odissea.
Lo aveva scritto Samuel Butler, un letterato che George Bernard Shaw definì "nel suo campo, il più grande scrittore inglese della seconda metà del secolo 19mo".
Butler, dopo aver studiato a fondo, come pochi altri, l'Odissea, pervenne alla convinzione che il maggiore poema omerico fosse stato scritto in realtà da una donna, e da una donna trapanese, intorno all'anno Mille avanti Cristo. A supporto della sua tesi portò tante e tali prove, da fare numerosi proseliti, non solo fra gli eruditi trapanesi ma anche nella cultura inglese del suo tempo. Butler si recò diverse volte a Trapani per trovare i riscontri alle sue ipotesi: il racconto epico -
I Feaci, popolo di grandi navigatori, per Samuel Butler sarebbero stati i progenitori dei trapanesi, e l'odierna Trapani sarebbe l'antica Scherie, dove "bello ai lati della città s'apre un porto/ ma stretta è l'entrata; le navi ben manovrabili lungo la strada/ son tratte in secco, per tutte, a una a una, c'è il posto …" (libro VI).
A Trapani/Scherie i carpentieri navali costruivano per i marinai del posto -
Dopo Butler, altri studiosi si sono cimentati nel tentativo di affermare l'origine trapanese dell'Odissea (ricordo il trapanese Pietro Sugameli e l'inglese Henry Festing Jones che accompagnarono Butler nella ricerca dei luoghi dell'Odissea, l'altro trapanese Vincenzo Barrabini che una trentina di anni addietro scrisse l'oggi introvabile "Origini trapanesi dell'Odissea", gli inglesi Robert Graves e il docente di Canterbury Lewis Greeville Pocock che ha scritto "Reality and allegory in the Odyssey"). Il Prof. Dario Sabbatucci, ordinario alla Sapienza di Roma, nella prefazione a "L'Autrice dell'Odissea", scrive che "Dopo aver letto questo libro credo che veramente l'Odissea sia stata scritta da una donna di Trapani …".
Non so se Samuel Butler ed i suoi epigoni abbiano ragione, ma a me -
Ma se davvero fosse così, allora la perizia, la bravura dei carpentieri navali trapanesi avrebbe origini antichissime, le cui radici affondano addirittura nel mito, quando la nave da essi costruita "correva sicura, diritta; neppur lo sparviero,/ il nibbio, l'avrebbe seguita, tra i volanti il più rapido./ Così, correndo veloce, l'onda del mare solcava …" (libro XIII).
LA MADONNA DI TRAPANI
Facciamo ora un salto di oltre duemila anni, e arriviamo al XIII secolo. In questo periodo il porto di Trapani è un importantissimo nodo per i collegamenti con la Terrasanta; vascelli di ogni nazionalità si fermano in attesa del tempo propizio, per fare cambusa e acqua, per le riparazioni dopo lunghe navigazioni. E questa è storia.
Certamente in quegli anni lavorano a pieno ritmo i cantieri navali ubicati nelle zone più ridossate del bacino portuale, ancora oggi occupate dai cantieri.
Narra la leggenda che nel 1244 la nave del Cavalieri Templarj che trasportava la statua della Madonna che sarebbe divenuta la patrona della città, di ritorno dalla Terrasanta, dopo avere urtato contro i bassi fondali si fermò nel porto di Trapani per le necessarie riparazioni, e sbarcò la statua nel cantiere navale "accanto alla torre dei Pali".
Poco importa quanto di vero ci sia nella leggenda sulla elezione della Madonna a patrona di Trapani: di certo dunque già nel XIII secolo nella zona di levante del porto operavano diversi cantieri navali, e proprio dove sarebbe stata sbarcata la statua ancora oggi si trova un cantiere che lavora il legno, dove ormai non si costruiscono più imbarcazioni ma si effettuano riparazioni e trasformazioni.
Alla fine del 1500 lo storico Giò Francesco Pugnatore nella sua "Historia di Trapani" ricorda come da secoli i marinai trapanesi "per tutto il mar navigando rendevano il nome di Trapani chiaro in ogni parte, e famoso".
Lo stesso autore, raccogliendo una leggenda metropolitana -
Verosimilmente si tratta di un credito troppo grosso per l'enciclopedico inventore trapanese, ma è senz'altro una testimonianza di quanto fosse radicata a Trapani l'arte marinaresca.
I CANTIERI NAVALI E I MASTRI D'ASCIA DI OGGI
Attualmente sono pochi nella provincia di Trapani i cantieri navali tradizionali che lavorano il legno; molti si sono riconvertiti e costruiscono natanti in ferro o vetroresina. Soprattutto la vetroresina viene ormai impiegata per la realizzazione di imbarcazioni da diporto: motoscafi ma anche piccoli e medi gozzi.
Le marine ove operano i cantieri sono Trapani, Marsala, Mazara del Vallo.
Gli operatori che lavorano il legno per farne barche sono chiamati in generale mastri d'ascia; a Trapani i carpentieri navali vengono chiamati "Mastri 'marina".
Nella distinzione antropologica fra "mastro d'ascia d'opira rossa" e "mastro d'ascia d'opira fina", i mastri 'marina vanno inseriti certamente nella prima categoria, carpentieri che si procurano il legname ancora sotto forma grezza di tronchi o ceppi segati, e da questi ricavano le forme che daranno vita alle barche. L' opera "fina" è quella propria di intagliatori, ebanisti e altri carpentieri che realizzano lavori di precisione su tavole già pronte.
In questo nostro viaggio nei cantieri tradizionali della provincia più occidentale di Sicilia ho preso in considerazione le marine di Mazara del Vallo e di Trapani, emblematiche della situazione attuale.
MAZARA DEL VALLO
Iniziamo da Mazara del Vallo, sede della maggiore flotta peschereccia d'Italia.
Contrariamente a quanto si potrebbe credere, la tradizionale cantieristica in legno a Mazara del Vallo è praticamente scomparsa; oggi i due grandi cantieri esistenti costruiscono esclusivamente in ferro, ed a realizzare piccole imbarcazioni di legno è rimasto solo un piccolissimo cantiere artigianale, gestito da Giovanni Pireti e dai suoi figli, peraltro senza sbocco a mare. Le imbarcazioni realizzate -
A Mazara il tipo di pesca maggiormente praticato è sempre stato lo strascico, effettuato dalle "paranze"; prima dell'affermarsi dei motori diesel sulle barche, qui venivano costruite paranze in legno lunghe 12/14 metri, armate con la vela latina e fiocco, che spesso lavoravano in coppia per trascinare la "cala"; le barche più grandi avevano anche il bompresso e venivano chiamate "Matticane", avevano 10/12 uomini di equipaggio. Altri tipi di rete usata erano la "squadrara" per catturare gli squali "squadri" che vivono sulla sabbia (questo tipo di pesca è scomparso una cinquantina di anni addietro), ed i "baltassuna" dalle maglie diversificate per catturare sia i pesci di scoglio che quelli di mezz'acqua.
Il tipo di barca medio/piccola più frequentemente costruita dai cantieri mazaresi era la "barca 'sarde", simile alla "sardara" palermitana ma di dimensioni minori (6/7 metri di lunghezza, a doppia prua, con 8 uomini di equipaggio, armata con vela latina senza fiocco). La rete usata era la "tratta".
Era questa la barca tradizionale mazarese: oggi non ne esiste alcun esemplare in navigazione; qualche barca con queste caratteristiche è stata acquistata nel palermitano, fornita di piccola cabina per il motore, ed ora è adibita alla pesca con i tremagli o con l'angameddu -
Il 40 per cento circa delle oltre 400 barche della flotta mazarese è stato realizzato in ferro negli ultimi 15 anni; il rimanente 60 per cento della flotta -
Questa situazione ha comportato la perdita della tradizione della carpenteria navale in legno: oggi a Mazara del Vallo è molto difficile trovare i mastri d'ascia, anche se il legno è ampiamente usato pure nelle navi in ferro: dalla coperta agli interni. Così nei due cantieri navali maggiori si è proceduto ad una riconversione dei falegnami "terricoli", assumendoli e insegnando loro -
Oggi le tradizionali barche in legno (gozzi e lance) vengono costruite solo dal cantiere Pireti; il titolare Giovanni da tempo ha dismesso l'antico uso del "mezzo garbo" per realizzare le ordinate delle barche, e preferisce ricorrere al disegno per dare forma e vita alle imbarcazioni. Della tecnica del "mezzo garbo" parleremo in seguito.
Per le sue barche -
Pireti spesso va a cercare personalmente presso i venditori di legname quei tronchi di gelso che per natura presentano una curvatura particolare che segue il disegno previsto per le ordinate: in pratica è la ricerca del "garbo" naturale, non forzato dall'uomo.
IL"GARBO"
Apriamo una breve parentesi sul "garbo": anticamente era una delle caratteristiche dello scafo: la sua "rotondità", la "pancia"; le altre misure erano la lunghezza, la larghezza, l'altezza.
Ancora oggi nella marineria trapanese si usa il termine "aggarbato" per significare la curvatura di una struttura.
E veniamo al "mezzo garbo", l'attrezzo usato dai mastri 'marina per dare la forma alle ordinate, e dunque alla barca.
Innanzitutto perché "mezzo": abbiamo visto come il "garbo" stia a indicare la rotondità dello scafo; bene, l'attrezzo di cui parliamo viene usato per realizzare le ordinate simmetriche della barca, a dritta e a sinistra della chiglia, alternativamente. Lo strumento -
Il "mezzo garbo" è uno dei segreti dell'arte dei mastri 'marina: ognuno si costruisce il suo -
Oggi l'uso di questo strumento è rimasto appannaggio di pochi costruttori, e lo stesso Giovanni Pireti di Mazara -
I CANTIERI DI TRAPANI
Passiamo alla situazione di Trapani. Che dal punto di vista della tradizione cantieristica non è felicissima.
I cantieri navali che costruiscono barche in legno sono rimasti in due o tre; gli altri si limitano al rimessaggio e alle riparazioni o trasformazioni (quelle più frequenti sono da poppa tonda a poppa quadra per i pescherecci).
La flotta peschereccia di Trapani -
Un'altra metodologia di pesca è quella con le reti "tremaglie", che viene praticata anche da imbarcazioni di piccole e medie dimensioni; non molto diffuso è l'impiego di conzi o palangari; poche sono le barche che pescano con le nasse: ambedue questi metodi sono invece praticati dalla marineria di Marsala.
I tipi di barca usati per questi metodi di pesca non richiedono grosse differenziazioni strutturali, e come abbiamo visto spesso la stessa imbarcazione -
Sono scomparsi dai mari di Trapani, purtroppo, i tradizionali "schifazzi", barconi tuttofare per il trasporto di cose e persone; venivano usati soprattutto per il trasporto del sale, dei conci di tufo, dei tonni, tutti impieghi legati alle tradizionali attività del territorio trapanese.
L'unico esemplare di schifazzo che oggi si può vedere a Trapani è poco più di un relitto tirato in secco in un cantiere abbandonato; lo scafo -
Ai pochi cantieri navali che ancora impiegano maestranze in grado di lavorare il legno con sapienza, sono stati affidati recentemente compiti particolari, che hanno portato a compimento con la tradizionale maestria.
Così il cantiere Daromarci di mastro Michele D'Amico l'anno scorso ha realizzato i complicati ingranaggi di un mulino a vento che la passione di un'antica famiglia trapanese ha voluto restituire alla vita ripristinandolo e facendolo ancora funzionare.
Lo stesso cantiere ha iniziato la realizzazione della "Venus Ericina", la ricostruzione della nave oneraria romana del II secolo d.C. che la facoltà di Archeologia Navale di Trapani ha avviato in collaborazione con l'Amministrazione Provinciale e l'Università di Bologna. Attualmente sono stati impostati la chiglia e le ruote di poppa e di prua; si attendono i nuovi finanziamenti per proseguire l'opera e mettere a mare la nave, che navigherà a vela e remi sulle rotte di romani e fenici.
LE TIPOLOGIE DI BARCHE TRADIZIONALI
Due sono i tipi di barca che più di altri hanno connotato l'arte dei mastri 'marina trapanesi: il "buzzo" e in generale le barche di tonnara (quello che in gergo si definisce il "varcarizzo", barcareccio).
Il "buzzo" è una barca di piccole dimensioni -
Il barcareccio -
Non dimentichiamo inoltre che attorno alla città di Trapani continuano a venire calate le ultime tonnare siciliane -
Il BUZZO
Il "buzzo", o "buzo", o ancora "uzzu" è stato per due secoli e mezzo la barca dei piccoli pescatori delle marinerie di Trapani e Marsala. Veniva impiegato soprattutto per la pesca con le nasse, le trappole di giunco -
Era una barca spartana, dalla lunghezza media di 6 metri per una tonnellata di stazza, molto larga (il rapporto larghezza/lunghezza era di 1 a 3), spinta da una vela latina e non sempre da un fiocco (in questo caso a prua c'era il bompresso -
La caratteristica principale erano le ruote di prua e di poppa (sarebbe errato parlare di "dritto" in questo caso) molto rientranti, cosa che le assicurava un aspetto pressoché unico, che trova un riscontro presso i gozzi liguri, anch'essi molto usati dal Settecento a metà Novecento, e in particolare col gozzo "cornigiotto".
Con questa barca i marinai trapanesi si spingevano a pescare fino alla più lontana delle isole Egadi, Marettimo, ed a volte arrischiavano anche navigazioni fino alla Tunisia.
Oggi non esiste più alcun esemplare originale di "buzzo", imbarcazione da pesca costruita per questa finalità, ed è un vero peccato; nessuno negli anni ha pensato di salvare i buzzi lasciati a marcire in riva ai cantieri, smembrati dall'uomo e dalle intemperie. Per nostra fortuna poco più di vent'anni fa l'anziano mastro 'marina trapanese Ciccio Mancuso, nostalgico e appassionato, volle costruire un ultimo buzzo identico -
Vediamo quali erano le caratteristiche di questo tipo di barca attraverso le immagini del modello esistente -
Innanzitutto, come abbiamo detto, la particolare forma di poppa e prua, entrambe rientranti -
Il buzzo solitamente era tutto pontato, e la coperta era eccezionalmente bolzonata, "ovata" o "arcata" dicono i mastri 'marina; questa soluzione rispondeva a due precise esigenze: fare scorrere velocemente e fuoriuscire l'acqua eventualmente imbarcata nelle navigazioni a vela, e recuperare spazio sottocoperta dal momento che la barca era piuttosto bassa di fianchi.
A fare da contraltare ai fianchi bassi e da contrappeso alla coperta bolzonata, lungo i fianchi sopra l'opera morta correvano alte cinte (impavesate) fisse di legno -
Il capione -
L'albero, corto e tozzo, era molto inclinato verso prua; l'antenna per la vela latina lunga quasi il doppio della barca era composta da due parti: il "caru" (carro) nella parte più bassa e il "supra antinna".
Nella tradizione spesso i buzzi presentavano un fascione dai colori allegri con losanghe e altri disegni geometrici, mentre l'opera viva era nera di pece; il buzzo trapanese preso in esame sopra il bagnasciuga bianco e l'opera morta colorata di blu ha due strisce verdi, mentre l'ultima cinta e le "pustizze" sono di un vivace colore giallo.
Il legno usato per la costruzione dei buzzi era il rovere per la chiglia ed i dritti (o le ruote) di poppa e prua; a volte il rovere si usava anche per i madieri -
L'ossatura (staminali) era in gelso; la coperta in pino o "pino pece" -
IL BARCARECCIO DI TONNARA
Una speciale tipologia di barche è stata pensata e realizzata appositamente per la tonnara, natanti che non troverebbero uso e collocazione al di fuori della pesca del tonno, che proprio per questa sua unicità assume una "dimensione addizionale" nell'attività alieutica, come ha argutamente scritto l'etno antropologa prof.ssa Gabriella Mondardini Morelli.
I tipi di barca che vengono impiegati nelle tonnare sono il risultato di un'esperienza pratica nata dalla collaborazione fra tonnaroti e "mastri d'ascia", che già nel XV secolo aveva portato alla definizione della flotta, praticamente identica a quella odierna; le dimensioni delle barche che compongono il barcareccio ("varcarizzo") e la loro forma sono rimaste pressoché identiche nei secoli, tant'è che le moderne imbarcazioni in ferro, che alla fine degli anni '80 hanno sostituito quelle tradizionali di legno, hanno mantenuto le stesse caratteristiche.
La consistenza del barcareccio a servizio delle tonnare varia a seconda della dimensione degli impianti di pesca: si va dalle 12 -
Generalizzando, la flotta delle tonnare si può così suddividere: 2 vascelli (di ponente e di levante) lunghi da 18 a 22 metri, 2 "parascarmi" da 13/17 metri (il nome è la corruzione dell'italiano palischermo, natante adibito al trasporto di uomini e cose): questi due tipi di imbarcazione non avevano alcuna capacità di movimento autonomo e venivano trainati da 2 "rimorchi" (lunghi da 11 a 14 metri, con 8 coppie di remi) C'erano poi la muciara del rais (a doppia prua lunga 9 metri con 6 remi), la "muciaredda" del sottorais (simile alla muciara), 2/3 "bastarde" (lunghe 10 metri, a 6 remi, con la poppa quadra); infine una lancia lunga 5 metri a due remi per i piccoli spostamenti all'interno delle reti, chiamata "varvaricchio" a Bonagia. Tutte le imbarcazioni di tonnara non sono pontate e al massimo presentano un carabottino (chiamato "tamburetto") a prua, mentre i bagli fungono anche da "banchi" per i rematori (nelle barche minori) o da supporto superiore per le paratie nei vascelli.
Con l'impiego delle barche a motore, i "rimorchi" prima addetti al traino dei vascelli vengono usati ormai soltanto per il trasporto di ancore e reti, e nella mattanza assieme ai "parascarmi" (anch'essi impiegati per trasportare "summi", "rosase" e reti, e per salpare le "porte") formano due lati del "quadrato" (gli altri due sono costituiti dai vascelli).
Alle porte di Trapani, a Bonagia dove da secoli opera una famosa e produttiva tonnara, l'antica flotta del rais, dismessa nel 1980 quando è stata sostituita dai nuovi natanti in ferro, è tirata in secco all'ombra della torre che dal XVI secolo protegge le reti dagli attacchi dei pirati: è un esempio praticamente unico di intera flotta di tonnara, dalle muciare ai vascelli, compreso un parascarmo vecchio di 100 anni, eppure nessuno si cura di restaurare o preservare le storiche imbarcazioni dalle offese del tempo e degli uomini; vi ricordo che la recentissima legge sul diporto individua in 25 anni il periodo minimo di costruzione per definire una barca "storica". Le altre barche lasciate a distruggersi sotto la torre hanno da 40 a 70 anni. Dalla flotta di Bonagia attingeremo abbondantemente per quanto riguarda le immagini.
Passiamo ai dettagli costruttivi del "barcareccio", che sono grossomodo identici per tutte le imbarcazioni medie e grandi, dalle muciare ai vascelli, con le opportune diversificazioni per le dimensioni e per gli impieghi; i legni usati, le tecniche di costruzione, gli accorgimenti per realizzare tutti quegli orpelli indispensabili per la pesca del tonno, sono gli stessi per tutte le imbarcazioni.
Vascelli, parascarmi e muciare sono barconi estremamente stabili, quasi piatti nel fondo, con una stellatura minima: questo ha facilitato molto il lavoro del mastro 'marina, che una volta poteva impostare un vascello col mezzo garbo praticamente senza spostare l'attrezzo -
Bastarde, rimorchi, parascarmi e vascelli avevano la poppa quadra, muciara del rais e muciaredda del sottorais erano a doppia prua; le muciare e le bastarde erano dotate di 3 coppie di remi (col mare calmo per gli spostamenti all'interno delle reti venivano usati solo 4 remi), e all'occorrenza per gli spostamenti da e per il porto da una vela a polaccone; delle imbarcazioni maggiori, solo i rimorchi -
A proposito dell'impiego dei rimorchi per trainare il barcareccio, mi piace riportare un aneddoto appreso da Pio Solina -
"Quando ho cominciato a fare il tonnaroto a Bonagia, nel 1950, racconta Pio, ero giovanissimo, avevo 14 anni, e anche basso di statura, e allora il ragioniere che gestiva il personale pensava che nemmeno ci arrivassi con i piedi nel vanco del rimorchio, allora si abbuava a 12 remi nel rimorchio per crociare, e io ero nel mezzo, avevo sei vogatori a poppa, e cinque a prua, la voga la comandava quello di prua, e allora ti davano pedate nei fianchi se sbagliavi a 'gghiettare i rima, io davvero ci arrivavo giusto giusto ad appoggiare i piedi nel banco davanti, per fare forza sui remi, e quasi non mi ci volevano nemmeno in tonnara! Però avevo passione, e ho imparato presto. Pirate 'nti cianchi non ne ho prese mai".
I vascelli ed a volte i parascarmi di dimensioni maggiori erano dotati di due doppie chiglie (chiamate impropriamente "controchiglie"), poste accanto alla chiglia principale: il loro scopo non era quello di alette antirollio, ma di facilitare l'alaggio dei natanti sulle spiagge con i "parati" (tavole squadrate di rovere cosparse di sego per fare scivolare lo scafo) -
Poppa e prua sono assolutamente verticali: le ruote sono altrettanti "dritti".
Il legno usato per la costruzione del "barcareccio" era lo stesso sia per le barche piccole che per quelle grandi, con una grande preponderanza della quercia e delle sue varietà.
Passiamo in rassegna brevemente i legnami usati nei secoli dai mastri 'marina trapanesi per la costruzione dei vascelli, che essendo le imbarcazioni maggiori erano anche quelle che richiedevano l'impiego di un numero maggiore di tipi di legno. Vedremo come con gli anni sia in alcuni casi cambiato il legname impiegato.
Nel 1771 il mastro 'marina trapanese Giuseppe Greco costruì per la tonnara di Scopello un vascello lungo 75 palmi (circa 18 metri), largo al centro 13 palmi: i 48 madieri ed i 96 staminali erano in legno di cerro -
Veniamo ora agli ultimi vascelli tradizionali costruiti dai mastri 'marina trapanesi, prima della riconversione in ferro della flotta dei rais, avvenuta a fine anni '80 e agevolata dagli interventi finanziari della Regione che non potendo supportare economicamente l'attività di pesca, finanziò l'ammodernamento delle attrezzature. In questo caso parliamo di vascelli e parascarmi realizzati negli anni 1940/60, imbarcazioni lunghe da 14 a 22 metri. Per quanto riguarda i finanziamenti per le tonnare, oggi finalmente si attinge ai fondi dell'assessorato ai Beni Culturali, esplicito riconoscimento del valore storico e antropologico della pesca del tonno con gli impianti fissi.
La chiglia e i dritti sono sempre di rovere, così come madieri e staminali (nelle barche minori a volte per le ordinate si usavano anche olmo, gelso o frassino), in Libia dove i nostri maestri d'ascia andarono a lavorare fino al 1970 per i madieri veniva usato anche l'eucalipto per la facilità di reperire in loco il legname; il paramezzale è anch'esso solitamente di rovere, ma a volte in pitch pine perchè -
Il fasciame, i dormienti, i braccioli, la chiglia e quant'altro venivano fissati con chiodi zincati e impernati con bacchette zincate e rondelle ribattute.
Completata la costruzione del natante, bisognava renderlo impermeabile: così prima si toglieva la pece dell'anno precedente bruciandola con mazzi di rete vecchia infiammati e attaccati ad un lungo bastone, poi si calafatava mettendo la stoppa fra i comenti, infine si passava la pece nuova -
A questo proposito desidero ricordare un aneddoto raccontatomi dal rais di Bonagia Sarino Renda, scomparso nei giorni scorsi alla veneranda età di 94 anni: prima dell'avvento dei sommozzatori in tonnara, i pescatori stavano ore e ore a scrutare il mare per scorgere l'arrivo dei tonni, e spesso si appoggiavano col mento all'orlo della muciara addormentandosi; il caldo del sole a volte scioglieva la pece che ricopriva l'orlo, ed i tonnaroti si svegliavano con la barba attaccata all'orlo dalla pece "squagliata".
Come abbiamo visto, nei secoli materiali impiegati e tecniche di costruzione del barcareccio di tonnara non sono granché cambiati: se nel 1771 era il cerro il legname maggiormente usato per la costruzione del vascello, successivamente è stato privilegiato il rovere, anch'esso varietà della quercia come il cerro; il pino in tutte le sue varietà è rimasto un altro tipo di legname ampiamente impiegato, così come l'abete.
Ho accennato al lavoro dei mastri 'marina trapanesi nelle tonnare di Libia quando queste erano di proprietà delle famiglie siciliane: poiché le maestranze non abitavano stabilmente in Libia, ma lì si trasferivano solo per il periodo della pesca del tonno, la eventuale costruzione di nuove barche avveniva con cadenze lunghe e particolari: i mastri cominciavano il lavoro dopo aver rimesso in mare tutto il barcarizzo dopo la pausa invernale, e arrivavano a impostare chiglia, ordinate, l'opera viva e a volte la prima cinta, poi a stagione di pesca conclusa tornavano a Trapani e riprendevano il lavoro l'anno seguente, alla ripresa dell'attività di pesca. Insomma, per realizzare un parascarmo ci volevano due stagioni di lavoro di 4 mastri 'marina.
I mastri trapanesi da sempre hanno costruito vascelli e altre barche per tutte le tonnare italiane: così da uno studio dei carlofortini Salvatore Pomata e Tonino Sanna apprendiamo che ai primi dell'800 nei cantieri navali di Carloforte lavoravano anche i mastri d'ascia trapanesi Gavassino, che preparavano chiglia, madieri e staminali per i vascelli delle tonnare di Isola Piana e Portoscuso nel loro cantiere di Trapani, numeravano tutti i pezzi che poi imbarcavano su una nave e trasportavano a Carloforte, dove le imbarcazioni venivano assemblate e completate.
Poiché Gavassino non è un cognome trapanese, ho pensato subito ad un errore di trascrizione nei documenti sardi. Parlando con Mastro Nardo Barraco ho avuto la conferma del mio dubbio: il carpentiere navale trapanese, che per tutti gli anni '60 del secolo trascorso ha lavorato nelle tonnare libiche, mi ha raccontato di avere riparato un vascello costruito a metà Ottocento dal mastro d'ascia trapanese Cavasino. Questo sì che è un cognome proprio di Trapani: dunque la famiglia Cavasino continuò a costruire barche per le tonnare sarde, trapanesi e libiche per buona parte del XIX secolo.Mastro Nardo racconta di avere conosciuto tutti i migliori mastri d'ascia di fine '800.
Orzaaaaaaaaaaaaaaaaa da 